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La diffusione del Covid 19 in Italia: cronaca di un'epidemia

Foto © Acri In Rete
Michele Spezzano
Non sono un medico, né tantomeno un virologo o un epidemiologo, né un esperto manager sanitario, per quanto in gioventù abbia anche avuto modo di occuparmi per alcuni anni di sanità pubblica, in qualità di direttore amministrativo f.f. dell’allora Unità Sanitaria Locale n. 6, che all’epoca ad Acri aveva sede, e del nostro Ospedale “Beato Angelo”, che, lasciatemelo dire, sebbene piccolo e decentrato, grazie all’impegno di tutto il personale e degli amministratori dell’epoca e grazie anche all’amore che i cittadini gli tributavano, veniva da molti considerato quasi un gioiellino, non privo di prospettive, di cui poter andar fieri.
Costretto a casa, come tutti, dalla pandemia in atto, mi sono ritrovato, se non altro, un bel po’ di “tempo libero” in più e, pur non avendone titolo, mi sono permesso di rimuginare in merito alla grave crisi sanitaria in atto; ne sono scaturite un paio di considerazioni abbastanza elementari ma anche, a mio avviso, fondamentali, che non mi pare abbiano trovato finora adeguato spazio nella narrazione che dei fatti viene quotidianamente svolta dai media. Spero potranno trovare ospitalità su ACRinRETE, la nostra storica testata giornalistica locale online.
Partiamo dall’inizio, o quasi. Il primo della lunga serie di bollettini quotidiani della Protezione Civile venne, mi pare, diramato alle ore 18 del 24 febbraio scorso, e registrava in Italia 6 decessi e 229 casi di contagio da coronavirus, così distribuiti: 167 in Lombardia, 32 in Veneto, 18 in Emilia-Romagna, 3 in Piemonte, 3 nel Lazio (i due famosi turisti cinesi e l’italiano rientrato in patria da non ricordo dove, ricoverati allo Spallanzani). Il focolaio dell’infezione era stato individuato in alcuni comuni della provincia di Lodi e nel comune veneto di Vò Euganeo e, pertanto, proprio il giorno prima, negli stessi comuni era stata istituita la c.d. zona rossa, assoggettata a particolari stringenti regole sanitarie e di convivenza, con posti di blocco su ogni via di accesso, diretti a garantire un assoluto isolamento dei suddetti comuni per evitare contatti con le zone circostanti. La guerra al coronavirus in Italia era stata ufficialmente dichiarata!
Chiunque si sarebbe aspettato che questo giusto tentativo di circoscrivere l’infezione, ampliando all’occorrenza le zone rosse ed estendendole con prontezza alle Province ed alle Regioni che avessero presentato evidenti segni di contaminazione, fosse portato avanti, tanto più che, essendo in guerra, sia pure contro un virus, una delle tattiche più appropriate era considerata proprio quella di costituire delle linee difensive sulle quali fare argine per impedire o quantomeno ritardare l’avanzata del “nemico”. Quando dopo alcuni giorni i bollettini quotidiani della protezione civile ebbero a mostrare inequivocabilmente che in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna si stentava ad arginare i contagi, personalmente mi aspettavo, che, in conformità alla strategia inizialmente adottata, venisse costruita una nuova ideale “linea Gotica", Gotenstellung la chiamavano i tedeschi, che ne furono gli ideatori, in prossimità di Firenze, e che magari fosse realizzata anche una nuova “linea Gustav”, all’altezza di Cassino, mediante posti di blocco e di controllo nelle stazioni ferroviarie, aeroporti, caselli autostradali e quant’altro, che avrebbero rappresentato il baluardo difensivo delle regioni centromeridionali del paese, ancora praticamente immuni dal contagio e, peraltro, non certo attrezzate dal punto di vista sanitario per fare seriamente ed efficacemente fronte all’invasione (di sicuro non ai livelli della ricca Lombardia, del Veneto, dell’Emilia Romagna, dove il Servizio Sanitario risulta essere tra i più avanzati al mondo, almeno così si sentiva dire).
Vediamo allora in che modo hanno agito il Governo e gli altri soggetti preposti alla salvaguardia della salute degli italiani. Dapprima si è tentennato per diversi giorni, occupati da assurde polemiche politiche rivolte più che altro, da tutte le parti, all’acquisizione e/o alla conservazione del consenso popolare (sintetizzo ricordando la battaglia dell’aperitivo sui navigli, che ne rimane probabilmente l’emblema), poi, con DPCM del 4 marzo è stata disposta la chiusura temporanea di tutte le scuole di ogni ordine e grado, comprese le università, anche laddove del virus non vi era ancora traccia, con imposizione di alcune limitazioni e divieti, anch’essi per lo più generalizzati, per la manifestazioni sportive, cinematografiche, teatrali, etc. ( ricordo i grandi dibattiti sulle partite del campionato di calcio di serie A e la grande confusione: alcune partite si, altre partite no, alcune a porte aperte, altre a porte chiuse, W la Juve, forza Inter, etc.), senza prestare alcuna attenzione alla realizzazione delle necessarie linee territoriali di difesa.
Il punto della situazione fatto dalla Protezione Civile con il bollettino del 7 marzo, ore 18: 233 erano i decessi e 5.883 casi di contagio da coronavirus, così distribuiti: 2.742 in Lombardia, 937 in Emilia-Romagna, 505 in Veneto, 201 nelle Marche, 202 in Piemonte, 112 in Toscana, 72 nel Lazio, 61 in Campania, 42 in Liguria, 39 in Friuli Venezia Giulia, 33 in Sicilia, 23 in Puglia, 24 in Umbria, 14 in Molise, 14 nella Provincia autonoma di Trento, 11 in Abruzzo, 5 in Sardegna, 3 in Basilicata, 8 in Valle D’Aosta, 4 in Calabria e 9 nella Provincia autonoma di Bolzano.
Arriviamo così al DPCM dell’8 marzo con il quale si pensò finalmente di estendere la c.d. zona rossa all’intera regione Lombardia ed alle province di Modena, Parma, Piacenza, Reggio Emilia, Rimini, Alessandria, Asti, Novara, Verbano-Cusio-Ossola, Vercelli, Padova, Treviso, Venezia Pesaro e Urbino. Nella realtà, però, il tanto atteso “rosso” , quello inizialmente introdotto nei comuni della provincia di Lodi ed a Vò Euganeo, venne magicamente ed improvvidamente trasformato in uno sbiadito color “arancione”, per come si evince dall’art. 1 del suddetto provvedimento che così recita: ”evitare ogni spostamento delle persone fisiche in entrata e in uscita dai territori di cui al presente articolo, nonche' all'interno dei medesimi territori, salvo che per gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessita' ovvero spostamenti per motivi di salute. E'consentito il rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza”. Mentre il DPCM regola in maniera stringente i comportamenti e la vita sociale all’interno delle zone sopra indicate, omette nuovamente e completamente di prendere in considerazione l’unica cosa seria e ancora all’epoca relativamente semplice da fare: limitare la migrazione del virus verso le restanti parti del territorio nazionale. Per me, che forse sono stupido, tutto ciò è semplicemente inspiegabile.
In un battibaleno arriviamo alla fatidica notte del 10 marzo, nel corso della quale si decise di far diventare zona “arancione” l’intera nazione, imponendo a tutti i cittadini italiani indistintamente gli stessi obblighi imposti con il citato DPCM dell’8 marzo, senza impedire, dunque, ancora una volta che all’interno del territorio nazionale ci si potesse muovere pressoché liberamente, spostandosi dall’una all’altra provincia, dall’una all’altra regione, dall’una all’altra zona territoriale del paese, in aereo, in treno, in pullman o con mezzi propri, con il rischio ( anzi, con la certezza, direi io) di far penetrare senza colpo ferire il coronavirus in ogni regione, in ogni provincia ed in ogni comune d’Italia. Un provvedimento, quindi, assai pesante, fortemente limitativo delle libertà individuali, forse anch’esso necessario, apparentemente dotato di intrinseca efficacia, e tuttavia, a mio modesto modo di vedere, fortemente deficitario rispetto a ciò che avrebbe dovuto costituire il suo principale obiettivo: impedire o almeno rallentare il flusso migratorio da nord verso sud dei tanti cittadini, portatori inconsapevoli di coronavirus, che con i loro spostamenti avrebbero di sicuro, involontariamente e/o irresponsabilmente, contribuito alla sua diffusione.
Tutti abbiamo ancora davanti agli occhi le immagini dell’assalto ai treni in partenza dalla Stazione Centrale di Milano e diretti al centrosud nella notte del 10 marzo, tutti ricordiamo le polemiche che ne sono scaturite per la deprecabile fuga di notizie, il rimpallo di responsabilità tra governo e opposizioni; io mi permetto di far notare che quanto avvenuto dimostra inequivocabilmente come in effetti anche la gente comune fosse pienamente consapevole della impellente necessità di impedire che il virus potesse continuare a gironzolare liberamente nel paese, per cui, nella presupposizione che il provvedimento avrebbe stoppato i rientri nelle zone di provenienza, molti cittadini, di origine prevalentemente meridionale, si diedero in fretta e furia alla fuga, prima che potesse acquisire valore di legge il temuto e atteso divieto. Purtroppo per loro, ma soprattutto per gli altri e specialmente per noi meridionali, si erano sbagliati; avrebbero potuto fare con tutta calma i bagagli e viaggiare più comodamente, in tutta tranquillità, se solo avessero atteso di conoscere il testo del decreto, il quale, oltre che consentire i viaggi per motivi di lavoro, salute o necessità varie, continuava a legittimare a pieno titolo gli spostamenti aventi come destinazione il proprio domicilio, abitazione o residenza, così come tuttora avviene.
Mi pare che qualcuno ebbe allora addirittura ad avanzare l’ipotesi che la presunta fuga di notizie potesse essere stata volontariamente prodotta con lo scopo di alleggerire la pressione del virus sulle ricche regioni settentrionali; io non lo credo, ma di sicuro il dubbio a questo punto non riguarderebbe la volontarietà della fuga di notizie bensì il decreto in se e sarebbe, comunque, una valida alternativa ai sospetti di incompetenza, indolenza, superficialità ed impreparazione delle nostre classi dirigenti derivanti dalla constatata loro perdurante incapacità di adottare l’unico indispensabile provvedimento che la diffusione del virus avrebbe almeno certamente rallentare: l’immediato progressivo isolamento delle zone infette. Ciò non è stato fatto quando sarebbe bastato forse isolare un paio di province e invece sono stati isolati solo 8 o 9 comuni, non è stato fatto quando sarebbe bastato forse isolare un paio di regioni e invece hanno chiuso tutte le scuole d’Italia, non è stato fatto quando sarebbe bastato forse isolare la sola Italia settentrionale e invece hanno rinchiuso nelle case 60.000.000 di italiani. Oggi, purtroppo, non avrebbe più alcun senso farlo perché Santa Chiara è stata oramai abbondantemente depredata e come tutti sanno a nulla servirebbe più la porta di ferro. Oggi non c’è altro da fare che stare rintanati come topi nelle nostre abitazioni, terrorizzati e, come se non bastasse, anche colpevolizzati h24 dai media. Oggi non c’è altro da fare che sperare che per miracolo, per fortuna o per sopraggiunta stanchezza, il covid 19 si fermi e non costringa noi meridionali a fare i conti con la mancanza di posti letto nei reparti di malattie infettive o in terapia intensiva, con la cronica carenza di medici specializzati, con la penuria di quegli indispensabili presidi sanitari (tute, mascherine, guanti, etc.), di cui finanche il personale ospedaliero non dispone, rimanendo così maggiormente esposto al contagio e costretto a fornire un pesante contributo in termini di vite umane in questa guerra al covid 19, che pare essere stata condotta dal generale Cadorna (quello di Caporetto, per intenderci).
Leggiamoli allora i dati forniti dalla Protezione Civile nell’ultimo bollettino del 21 marzo, alle consuete ore 18: 4.825 decessi e 53.518 casi totali, con la seguente ripartizione dei casi attualmente positivi: 17.370 in Lombardia, 5.661 in Emilia-Romagna, 4.214 in Veneto, 3.506 in Piemonte, 1.997 nelle Marche, 1.905 in Toscana, 1.159 in Liguria, 1.086 nel Lazio, 793 in Campania, 666 in Friuli Venezia Giulia, 720 nella Provincia autonoma di Trento, 600 nella Provincia autonoma di Bolzano, 642 in Puglia, 458 in Sicilia, 494 in Abruzzo, 447 in Umbria, 304 in Valle d’Aosta, 321 in Sardegna, 225 in Calabria, 47 in Molise e 66 in Basilicata. Dopo aver ottenuto già da qualche settimana il premio internazionale degli “untori”, guadagnandoci, a torto o a ragione, la fama di principale paese diffusore del covid 19 nel pianeta (si dice nel mondo che la Cina lo avrebbe prodotto, noi lo avremmo diffuso), siamo riusciti in questi ultimi giorni ad arrivare anche in vetta alla classifica mondiale dei morti, scalando in meno di un mese posizioni su posizioni. Non illudiamoci perché pare che altre nazioni intendano prenderci ad esempio e forse riusciranno ad insidiarci il primato, ma non perdiamoci d’animo perché tra poco inizieranno a stilare le classifiche sugli effetti economici del covid 19 e il primo posto, di sicuro, non potrà togliercelo nessuno.
Avrei tante altre cose da dire, ma ho già scritto troppo, specie se si considera che oggi tutti pensano che basti un tweet per affrontare e risolvere ogni questione. Per fortuna il tempo è l’unica cosa che in questi giorni non ci manca e sono certo che le mie lungaggini verranno perciò tollerate, almeno da quei pochi che avranno avuto la pazienza di arrivare fino in fondo. Concludo in fretta, dunque, invitando tutti a rimanere in casa, per quanto possibile, a seguire le indicazioni che vengono fornite dagli esperti, per quanto in verità non sempre univoche, ma soprattutto ad essere consapevoli che, nonostante tutto, ce la faremo, perché la storia ci insegna che finora l’uomo, anche di fronte a ben più gravi catastrofi, ce l’ha sempre fatta, in un modo o nell’altro. In bocca al lupo a tutti.

PUBBLICATO 22/03/2020





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