OPINIONE Letto 2352  |    Stampa articolo

È MORTO DARIO FO. Scompare una delle ultime voci libere e scomode della cultura italiana ed internazionale

Foto © Acri In Rete
Angelo Gaccione
Il premio Nobel ci ha lasciati. La notizia ci è arrivata presto in questa piovosa e gelida mattina di ottobre, rendendo la città ancora più gelida. Milano perde un altro dei suoi grandi figli e protagonisti, mentre la nostra agenda vede allungarsi la lista dei morti. Da dove cominciare per ricordare questo pluriforme artista sempre in conflitto con i poteri di ogni sorta, questo militante sempre pronto a sposare le cause più disperate? Potrei cominciare dagli anni della Palazzina Liberty, quando avendogli negato ogni spazio per il suo teatro politico (i proprietari di case rifiutavano persino di fittargliene una, per paura di attentati, e perché certi che le avrebbe trasformate in un “covo” di sovversivi), dopo aver peregrinato da un luogo all’altro (e noi sempre dietro a seguirlo), si decise di occupare quella bellissima struttura immersa nel verde dei Giardini Marinai d’Italia, in Porta Vittoria, che l’Amministrazione Comunale di allora aveva lasciato languire e andare quasi in rovina.
Mettemmo le bandiere rosse, i cartelli, i volantini con cui tappezzammo il quartiere e iniziammo a portar via le macerie. Eravamo giovani studenti, lavoratori, appassionati di teatro per lo più, antifascisti e militanti di quel vasto arcipelago dell’opposizione alla disgustosa politica di compromessi e di corruzioni tanto in voga. La Palazzina Liberty rinacque. Il Collettivo Teatrale “La Comune” divenne un luogo di riferimento per la città e non solo. Mamme e bambini presero a frequentare il parco, i fascisti che avevano la sede in via Mancini si tenevano alla larga.
La domenica si animava di canti e suoni; c’erano quelli del Canzoniere popolare, c’era la solidarietà con i militanti in galera e c’era il Soccorso Rosso militante. Sulle tavole di quel teatro, perché teatro divenne, Dario e Franca, la sua inseparabile metà, il teatro divenne vita, e la vita vi entrò con tutte le sue spietate contraddizioni. Dario l’aveva adornata di pannelli con i suoi magnifici disegni e dipinti. Quanto la repressione e le autorità detestassero quel teatro e quella Palazzina, chi vi era attivamente coinvolto ne sa qualcosa. Alla fine finirono per riprendersela: preferirono tenerla vuota per altro tempo ancora, inutilizzata ma a loro modo “pacificata”.
Il contenzioso con la giustizia si protrasse un bel po’: occupare un luogo in rovina, renderlo bellissimo con le proprie risorse e le proprie fatiche non contava per i normalizzatori della città. Se per noi la proprietà (lasciata al degrado) era un doppio furto, per loro era un reato. E così uno dei più grandi attori della scena internazionale, amatissimo in ogni dove, non aveva a Milano un luogo dove fare il suo teatro. Avversato come gli amici del Living Theatre, anch’essi ignorati e ostacolati in ogni modo dalla Milano istituzionale, costretti a presentare le loro performance in luoghi marginali e di fortuna, finché il presidente francese Mitterand non manderà un aereo a prelevarli e portarseli a Parigi. Potrei continuare con la marea di dibattiti e le mobilitazioni per le stragi, per la battaglia sul divorzio, il movimento delle donne, il Vietnam… fino agli anni più recenti e alle iniziative per rendere questa città più vivibile, più respirabile. Aprì la sua casa in Corso di Porta Romana (a qualche metro da casa mia) e costituimmo un Coordinamento di comitati ambientalisti che organizzò manifestazioni e proteste. Noi di “Odissea” eravamo presenti con un gruppo denominato “Aria Protetta”, che poi era il nome di una delle rubriche del giornale.
Ci vedevamo da Fo, ma ci vedevamo anche a casa della poetessa Donatella Bisutti (anche lei collaboratrice di “Odissea”) in via Anelli, dove venivano le scrittrici  Gina Lagorio, Grazia Livi e tanti altri amici letterati e non solo. Lettore di “Odissea” che riceveva in copia doppia, una era per Franca di cui abbiamo pubblicato diversi scritti, fu sempre generoso verso il giornale come lo furono entrambi verso di me. Nel 2001 realizzò il disegno che avrebbe dovuto andare sulla copertina della terza edizione del mio dramma teatrale “La Porta del Sangue”, ma che poi non andò in porto per questioni editoriali che ora non ricordo, e quando fu raccolto in un unico volume tutto il mio teatro da un altro editore, questi volle come titolo complessivo “Ostaggi a teatro”, e dunque il lavoro di Dario rimase inedito.
Anni più tardi donò dei suoi lavori pittorici quando allestimmo allo “Spazio Lattuada” la vendita di materiali offertici da vari amici per sostenere la vita del giornale. Mi convocò nel suo studio per donarmi “Il compianto” da pubblicare su “Odissea” accanto al ricordo che scrissi per la scomparsa di un altro collaboratore del giornale e comune amico, il sacerdote don Luigi Pozzoli, scomparso a fine dicembre del 2011. “Pubblicalo sul giornale e poi tienilo come mio ricordo” mi disse. E ora è sulla parete del soggiorno assieme ai quadri di altri amici, e dunque ce l’ho sotto gli occhi, ed il ricordo suo è costante. Nel 2013, in occasione della pubblicazione della mia fiaba contro il potere “Vietato ridere”, gli avevo chiesto di farne l’illustrazione, sapendo quando il tema gli fosse caro. Franca mi telefonò per dirmi che era caduto e non avrebbe potuto disegnare, ma avendo saputo che la fiaba sarebbe stata pubblicata su “A Rivista Anarchica”, avendo una stima grande per gli anarchici e per quella rivista, ci fece dono di una tavola inedita intitolata “Il volo dell’anarchico”. Quel disegno diventò la copertina del numero 377 della rivista, il numero del febbraio 2013 che contiene la mia fiaba.
Non dimentichiamoci che uno degli spettacoli più ironici e taglienti di Fo era stato proprio “Morte accidentale di un anarchico” dedicato all’omicidio di Pinelli e alla Strage di Piazza Fontana. Recentemente gli avevo fatto avere il dramma di Francesco Piscitello dedicato a Giuda “L’apostolo traditore” pubblicato dalle Edizioni Nuove Scritture, materia, quella dei Vangeli a cui era particolarmente interessato. Non sono riuscito invece a portargli invece un libretto di riflessioni e aforismi che avrebbe di sicuro gradito “Il lato estremo”, incasinato come sono stato per tutta l’estate, e coinvolto con gli amici nel “Comitato di Odissea per Turoldo”, di cui ricorre il centenario della nascita.
Ogni volta che imboccavo il Corso di Porta Romana e passavo davanti al suo portone mi dicevo: “Uno di questi giorni lo farò”, e poi rimandavo. Il destino purtroppo non rispetta i nostri tempi, e così questa mattina la notizia mi è giunta di buon ora, proprio mentre stavo finendo di scrivere una nota al libro di Franco Celenza per la rubrica ‘Officina’ di “Odissea” dove potete leggerla. Le telefonate di amici che lo avevano saputo si sono susseguite e ho dovuto di continuo interrompere questo ricordo; l’ultimo mi è giunto per iscritto da Novara, dalla saggista e autrice di teatro Chiara Pasetti che ne fissa questo ricordo: “Ho saputo della morte di Dario Fo. Ho avuto solo una volta il piacere di vedere un suo spettacolo a Milano, nel 1995. Applausi a non finire. Due anni fa, mentre mi trovavo ad Arona per intervistare Dacia Maraini, a un certo punto è arrivato... Si sono alzati tutti in piedi.
Io gli ho stretto la mano, emozionata, e gli ho detto: sono onorata di conoscerLa, Maestro, e ho aggiunto: sono qui come giornalista ma io in realtà voglio scrivere, anche per il teatro. E lui ha sorriso e ha
detto: "Fai bene bambina... insieme a quello dell'attore è il mestiere più bello del mondo". E se ne è andato circondato da un sacco di gente... Volevo solo condividere questo ricordo con te”.
Anche tutti noi.

PUBBLICATO 14/10/2016





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