OPINIONE Letto 2212  |    Stampa articolo

“Dolce Acri”, uno scritto di Franco Pellegrino

Foto © Acri In Rete
Redazione
Il 17 ottobre 2016 veniva a mancare a Padova, dove era residente, Franco Pellegrino, per i suoi amici Valentinoe Tuasto” (soprannome di suo padre Angelo, a suo tempo capo della Polizia Municipale), assiduo lettore della nostra testata giornalistica. La moglie di “Valentino”, Desirée Verga, pronipote del grande Giovanni, (quello de “I Malavoglia”) ha voluto inviare alla nostra Redazione un “testo” che Valentino ha scritto in occasione di una vacanza estiva ad Acri, il paese natio al quale era molto legato.
Lo scritto, che siamo lieti di pubblicare, esprime uno stato d’animo che accomuna diversi acresi, sparsi per l’Italia e per il mondo, che hanno dovuto lasciare la propria terra d’origine per cercare fortuna altrove.
Valentino ricorda la sua “Dolce Acri” con amore e nostalgia, ricorda i suoni, i rumori e i profumi che lo legano alla sua terra e lo riportano bambino, come in un sogno “[…] le immagini inizialmente sfocate un po’ alla volta si fecero più nitide, reali, vicine, tanto da poter ascoltare, distinguere e riconoscere le voci, di un tempo lontano”. Il ricordo rende più dolce quello che definisce “esilio”, ovvero la partenza dalla sua terra e dagli affetti più cari, ma quando l’incanto finisce egli ritorna alla realtà e al tran tran della vita quotidiana, lontano da Acri.
Lo scritto evoca ricordi lontani nel tempo, ma risulta comunque molto attuale perché tanti acresi, proprio come Valentino, sono emigrati e continuano ad emigrare, spinti dalla mancanza di opportunità di lavoro, e, come lui, continuano a nutrire un forte legame con la propria terra d’origine, che ricordano con nostalgia.

Dolce Acri
di Valentino Pellegrino

Il sole in una giornata afosa e senza vento, rendeva ancora più insopportabile quel silenzio di un bosco che sembrava addormentato. Gli alberi, uno dietro l’altro, si susseguivano in filari geometricamente perfetti e scendevano fino al limitare di un pendio roccioso che si affacciava su un lago, ed in quella massa d’acqua stagnante si specchiavano, superbi, quei pini con le loro chiome immobili, rendendo così ancora più cupo il colore dell’acqua. Mandrie di buoi sulle rive sottostanti, infastidite da mosche ed altri insetti , cercavano inutilmente con un ritmico movimento della coda di scacciare quegli intrusi, mentre i cani ed i guardiani sfiancati da quel caldo si riparavano all’ombra di qualche rado albero nato qua e là lungo le rive di quel lago, divenute, per effetto della siccità, tanto profonde da poter essere facilmente attraversate.
Acqua e cielo si confondevano in lontananza , mentre il riflesso di qualche coccio di vetro per terra rifletteva nel cielo raggi multicolori che disturbavano ancora di più le palpebre già socchiuse dalla luce. All’improvviso la staticità dei luoghi fu bruscamente interrotta da un rumore assordante: uno sparo.
Un uccello , colpito , con le ultime forze continuò il suo volo per cadere privo di vita nelle scure acque del lago.
Seguì un latrato ed un levriero, incurante di ciò che lo circondava scese velocemente in acqua a recuperare la preda per il suo padrone. Poi scodinzolando tornò e lo depose ai suoi piedi , aspettando una carezza, così come un bambino aspetta un premio, ogni qualvolta si comporta bene . Scosso da quel colpo secco ed assordante e da quella scena, voltando le spalle verso il lago risalii quel sentiero scosceso verso la strada e, sempre costeggiando quella distesa d’acqua, mi incamminai verso casa, preparato a percorrere quella decina di chilometri che mi separavano dalla meta.
Li avrei , come altre volte, percorsi volentieri, anche se con qualche fatica.
La strada era costeggiata da ampie vallate ed un turbinio di colori, intervallati da piantagioni di patate, granoturco, alberi da frutta e ortaggi, il panorama non stancava mai gli occhi , che con cupidigia cercavano fra il verde preponderante qualche ginestra in fiore e margheritine di campo , il gradito spuntare di qualche bacca rossa, fragoline di bosco e more. E le farfalle dai mille colori , le profumate gemme di pino, le mandrie sparse qua e là, il suono dei campanacci appesi al collo, la lotta tra i maschi che si contendevano il predominio e …. l’oziare del pastore, che con il mento poggiato sul lungo bastone, pigramente aspettava il calare del sole per riportare le mandrie all’ovile. Come incantato continuavo a camminare ed ammirare ciò che mi circondava, mi fermai, mi distesi su un manto di erba fresca e circondato da quei colori e quei profumi chiusi gli occhi e tornai in dietro nel tempo, bambino, le immagini inizialmente sfocate un po’ alla volta si fecero più nitide, reali, vicine, tanto da poter ascoltare, distinguere e riconoscere le voci, di un tempo lontano. Alcune ormai spente e vive solo nel mio cuore e nella mia mente. Le voci dei nonni , dei miei genitori , degli zii , dei cugini , compagni di scuola prematuramente scomparsi.
Che sensazione dolorosa,che pena . Quanta nostalgia di quei tempi lontani e magici, ingigantiti dalla fantasia. Il mio paese, gli abitanti per lo più poveri, le case spoglie, la tristezza che aleggiava in ogni viso, la fame, le malattie che portavano alla morte piccoli e grandi. “Glorie” erano chiamate le morti dei piccoli, “funerali” quelle degli adulti. Ho risentito il martellare del falegname che nella sua bottega, per tutta la notte lavorava per preparare la bara che il giorno dopo avrebbe ospitato il corpo del defunto. Ho rivisto tanti uomini, padri di famiglia , con grosse valigie di cartone che partivano per paesi lontani, poveri migranti in cerca di lavoro e di fortuna. E lo strazio di giovani donne con prole, vedove bianche, sacrificate all’altare della povertà . Figli diventati ormai uomini e donne, appassiti dalla fatica e dalle rinunce, che abbracciavano dopo anni di lontananza i loro cari che ritornavano a casa con la stessa valigia e con in più qualche sommetta accumulata con sacrifici e cucita con delle tasche nella biancheria intima, per paura che qualcuno la potesse rubare.
Ho rivisto il convento dei cappuccini, il cimitero, le chiese, con i campanili svettanti nel cielo, gli edifici scolastici che mi avevano accolto da bambino e giovinetto.
Ho rivisto il mio maestro e la sua bacchetta operosa, l’amore per gli studi classici , la prepotente antipatia per i numeri. “declinare, diceva, non contare”.
Poi non solo cose tristi, ma anche cerimonie di matrimoni e battesimi e la fiera che si approntava per le feste del patrono. Il gioco dei bambini nelle piazze con la palla fatta di stracci, e le urla al m omento del gol. E d’inverno quando si andava a scuola, spesso anche con la neve, la discesa scanzonata seduti sulla cartella a mo’ di slitta per le vie di Padia verso il Beato Angelo.
E di nuovo , sempre con gli occhi aperti pensare a tutti gli errori commessi. Gli studi interrotti, l’esilio, così lo chiamavo all’inizio, dagli affetti più cari, dai primi amori sbocciati fra banchi di scuola, dai primi balli tra compagni di classe. Riprendo il cammino e con esso la fatica per andare avanti, il dispiacere di avere interrotto quei sogni, tutti miei, da non condividere. Più tardi , il mio paese , illuminato come un presepe, mi apparve da lontano. Era sera ormai. Il cielo azzurro cupo, le stelle e la luna come innamorati, sembravano rendere ancora più belli e accoglienti quei luoghi .
La torre con l’orologio, resti di un passato glorioso, svettava con prepotenza e allungava la sua ombra sulla sottostante valle del fiume Mucone; il Palazzo Municipale con il suo monumento in memoria di Battista Falcone, caduto eroicamente nella spedizione di Sapri; le targhe ed il monumento ai caduti delle guerre, la filanda, testimonianza di una popolazione laboriosa, che con il baco da seta, sollevava in parte la fame di tante famiglie. Il castagno, il legname, abbondanza di pino e di noce, la coltivazione delle patate, dell’ ulivo e delle vigne, sparse qua e là , lontane dai boschi, testimonianza di una agricoltura frastagliata, che soddisfava a mala pena il fabbisogno di una famiglia. E il giorno dopo, fatta visita al cimitero e salutati i parenti e gli amici, in macchina verso il nord, verso il lavoro interrotto per un breve periodo estivo.
Il sole e il cielo azzurro si interrompevano per incanto : ecco la valle padana col cielo incolore, l’afa insopportabile, piatta come il piano di un biliardo, con le sue distese di mais e di erbe medicinali.
L’incanto è passato, i sogni sono ormai lontani.
La scrivania mi aspetta e mi riporta alla realtà . Riprendo il lavoro e con esso il tran-tran di tutti i giorni.

PUBBLICATO 13/05/2017





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