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Dopo il Covid-19? Tornare a vivere (con lentezza)…

Alessandro Zanfino
Foto © Acri In Rete
Provare ad immaginare il prossimo futuro, dopo la pandemia, è davvero difficile, ma senza voler essere profetici, crediamo semplicemente che il nostro Paese ne uscirà abbastanza ammaccato: economicamente fragilissimo, socialmente debole, politicamente confuso.
Ma come in tutti gli “incidenti”, c’è l’assicurazione che copre i danni al veicolo e le lesioni ai feriti.
La domanda è proprio questa, allora: qual è la copertura assicurativa che riuscirà a risarcire gli italiani delle perdite umane, economiche, sociali, strutturali, di competitività?
Esiste uno strumento, in un Paese civile, che possa rimediare ai danni?
Crediamo, sinceramente, che le misure adottate con il decreto “Cura Italia” non siano sufficienti da sole a coprire i danni causati da Covid-19, sia perché non è previsto un metodo istantaneo di immissione di risorse ai cittadini e alle imprese, sia perché ha il sapore di una misura una tantum. Sarebbe auspicabile un decreto “Cura Italia”, non solo di marzo ma anche di aprile, di maggio e forse di giugno.
Allora, proviamo a pensare ad un metodo economico, sociale, civile, unitario, facile, che possa essere una strada sicura e concreta per salvare il nostro paese e riportarlo ad antichi splendori che da troppo tempo sono caduti nel dimenticatoio e usati solo per ricordare che un tempo eravamo i migliori.
Il metodo che proponiamo è semplicemente un ritorno all’”italianità”. Sembra banale ma non lo è affatto.
Ci spieghiamo. Un ritorno al “made in Italy”, al consumo italiano, alla produzione italiana, al turismo italiano, alla manifattura italiana, alla cultura italiana, alla moda italiana, alla dieta italiana, al lusso italiano, alla concezione italiana delle cose, delle persone e della vita.
Abbiamo geograficamente la migliore posizione in Europa.
Il nostro patrimonio naturalistico è esorbitante: montagne, colline, parchi, riserve, spiagge, mari. Quello agroalimentare conseguentemente straordinario: vigneti, agrumeti, uliveti, meleti, pescheti, ficheti, campi di grano, ortaggi mediterranei, legumi, prati e pascoli. Insomma, il giardino dell’Eden.
Abbiamo un patrimonio storico, culturale, e paesaggistico ineguagliabile. L’Italia è il Paese con il più alto numero di siti Unesco patrimonio dell’umanità, impossibile trovare un insieme di tante meraviglie in poche centinaia di chilometri come da noi.
A certificarlo non è un sondaggio, bensì il dipartimento per l’Educazione, la Scienza e la Cultura della Nazioni Unite, meglio conosciuto come Unesco.
La lista del patrimonio mondiale, stilata dall’emanazione dell’Onu, al momento annovera 890 siti che formano parte del patrimonio culturale e naturale.
Questa lista include 689 siti di carattere culturale, 176 naturale e 25 che presentano caratteristiche miste.
Attualmente l’Italia, con 49 siti, è la nazione con il numero più alto di patrimoni dell’umanità.
L’Italia è uno di quei Paesi che ispirano gli altri, che dettano trend e mode. Che, proprio per questo motivo, sono quelli culturalmente più influenti al mondo.
Nelle classifiche internazionali, difficilmente troveremo la piccola Italia fuori dal podio. L’italianità è uno stile di vita, un modo di intendere le cose, un mix tra intuito, ingegno, eleganza, pura bellezza, calore, goliardia e semplice umanità.
L’Italia, infatti, è uno di quei Paesi in cui il calore nelle interazioni quotidiane tra la gente fa la differenza. Piccoli borghi, quartieri, contrade, paesi e città dove i cittadini vivono in simbiosi, si riconoscono, condividono un buon caffè, parlano del più e del meno. Compari, fratelli, amici, zii… sono gli appellativi con cui si chiamano tra di loro le persone, anche quando si conoscono da tre minuti. L’italianità più bella è questa, quella fatta di piccole cose. Quella attorno ad un tavolo, con gli amici, con una chitarra e qualcosa da bere. Banale, anzi no, non lo è soprattutto al tempo del Covid 19 e prima ancora del suo avvento, al tempo delle società dinamiche, stressate, orientate solo a produrre e a consumare in fretta. “La vita, in questo tempo, è troppo frenetica e troppo piena di tutto e di niente, agiamo meccanicamente, senza nemmeno rendercene conto e senza mai avere un briciolo di tempo per guardare cosa accade intorno a noi. Corriamo per strada, a lavoro, corriamo a far la spesa, in stazione, a scuola a prendere i bambini e a lungo andare, le nostre relazioni soffrono, come anche il nostro corpo, sempre sottoposto a dose altissime di stress, ansia e nervosismo. Proviamo a fermarci e a fare delle scelte, proviamo a rinunciare a qualcosa per ottenere un’altra migliore. La quantità non è mai stata amica della qualità, non dimentichiamolo!! Proviamo invece a guardare, a sentire, a gustare e cominceremo a vivere davvero!” (cit. Edda Gagliardi)
Questo è stato il segreto dell’Italia fino a qualche decennio fa.
L’anima dell’Italia è “slow”, lenta. “Slow life”, vivere lentamente.
Questo ci ha resi i migliori in cucina, nelle arti, nella moda, nella cultura, nella manifattura. Attività umane lente, tranquille, silenziose, da assaporare, su cui riflettere, pensare, ragionare.
L’Italia è stata cannibalizzata da un modello mondiale che vuole una società dinamica, veloce, frenetica, innovativa, totalmente informatizzata, troppo intelligente e poco umana, assetata di risultati, di fatturato, di affari, di interessi e di business.
L’Italia non ne è capace.
Perdiamo. Su tutti i fronti.
Cerchiamo di essere moderni e competitivi, ma ontologicamente non lo siamo, è questo il vero problema.
Allora? Allora bisogna trasformare queste nostre congenite attitudini, che rappresentano oggi punti di debolezza per il resto del mondo, in vere leve di forza.
Il mondo deve sapere che noi non siamo Dubai, New York, Tokyo, Hong Kong, San Francisco, Monaco, Singapore, ma siamo Matera, Venezia, Capri, Sanremo, Assisi, Viareggio, Agrigento, Ostuni, Tropea, Positano, Livigno, Ferrara, ecc. ecc. ma molto ecc. ecc.
L’unica strada da percorrere è quella di non inseguire gli altri, ma di valorizzare noi stessi, ai nostri occhi prima e poi agli occhi del mondo. L’Italia sa che può giocare un ruolo fondamentale nel pianeta.
Lo sanno tutti. Siamo noi che ce lo dimentichiamo, questa è la verità.
Dobbiamo eliminare prima l’odio che molti italiani hanno dell’Italia, però.
Oggi l’Italia fa schifo a molti italiani, soprattutto ai giovani, perché?
La politica fragile, i governi inconcludenti che si sono succeduti, le tasse esorbitanti, l’incertezza nella giustizia, la discutibile gestione pubblica dei servizi, della tutela della salute, della scuola, del lavoro che sembrano chimere. Molti giovani, infatti, sono spinti ad andare altrove, in altri Paesi, in altri continenti, per vivere vite molto più tutelate.
Il sistema familiare italiano ci vizia almeno fino a 20 anni, a casa di mamma e papà, poi ci butta nel mondo. Genitori, nonni, zii, sono una culla, poi quando si ha la fisiologica necessità di camminare da soli, ci si trova a scegliere dove, cosa e come… e si va nel pallone, inizia a svilupparsi il senso critico verso il proprio paese e si immagina che altrove sia molto meglio.
Tanti Paesi non sono meglio, però. Dopo aver vissuto in vari continenti e aver conosciuto diverse realtà, si tende sempre a concludere che mentre è sicuramente importante avere un buon sistema fiscale e un’assistenza sanitaria a tutto tondo, una giustizia veloce e certa, servizi sociali garantiti, alla fine prevale sempre un senso di appartenenza a quella italianità in cui le interazioni umane e un gusto genuino per la vita restano di importanza fondamentale per vivere un’esistenza dignitosa.
C’è un esercito di intelligenze, competenze, esperienze italiane, che è la più grande ricchezza del nostro Paese e che non aspetta altro che li facciamo tornare.
Multinazionali da miliardi di euro, sorrette da italiani che li vivono e lavorano e che fanno parte di quei 23 miliardi di euro di istruzione italiana che regaliamo agli altri Paesi dopo averli formati per oltre 20 anni da noi.
In ognuno di loro c’è un alone di tristezza, una mancanza di Italia che cova sotto a ogni cosa e che ce li riporterà prima o poi. Torneranno tutti, da lì come da ogni parte del mondo, se offriremo qualcosa per accoglierli.
Accoglienza è la parola chiave. Accogliere gli italiani, prima di tutto.
Ci vuole una nuova programmazione politica e finanziaria, con strumenti incentivanti e strategie di rientro, che sappiano attrarre gli imprenditori italiani che hanno portato rami d’azienda o intere aziende all’estero affinché dismettano le produzioni fuori dai confini nazionali, facciano rientrare capitali e recuperino le maestranze nostrane, offrano nuova occupazione, magari a quelli che oggi godono del reddito di cittadinanza (sic!).
In altri Paesi, infatti, la manodopera è a bassissimo costo, il sistema di tassazione più morbido, le regole sul diritto dei lavoratori più blande, e tutto ciò ha determinato negli anni vere e proprie fughe di imprese italianissime.
Facciano rientrare tanti altri ancora: cantanti famosi, artisti, vip, diventati tali in Italia e grazie all’Italia, che oggi vivono altrove, sia per moda, sia per una minore pressione fiscale sui redditi e sui capitali. Facciamoli rientrare e investire in Italia, ad esempio dimostrando che con il versamento delle loro tasse si realizzano opere di interesse pubblico e sociale.
Gli esempi potrebbero continuare a lungo, ma il senso è chiaro.
La gloriosa storia italiana dunque può ritrovarsi grazie ad un “ritorno alla lentezza e all’accoglienza” dei nostri figli migliori, e perché no, anzi, di quelli stranieri che in Italia si sentono a casa. L’Italia può risorgere. L’Italia deve diventare un modello in controtendenza che fa tendenza. Possiamo dimostrare al mondo che le regole della modernità valgono ovunque ma non in Italia, perché siamo lenti.
Il mondo produca beni di massa, globalizzi i gusti, diffonda tutto su scala mondiale, innovi, informatizzi, digitalizzi, in Italia invece, noi rimaniamo fermi, restiamo l’ultimo baluardo di umanità, perché:
La fretta è del diavolo. La lentezza è di Dio”. (Henry Louis Mencken)

PUBBLICATO 25/03/2020

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