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Gli emigrati acresi nelle Americhe e la Grande Guerra. L'emigrazione tra microstoria e macrostoria

Maurizio Vaccaro
Foto © Acri In Rete
"Gli emigrati acresi nelle Americhe e la Grande Guerra", L'Eco dello Jonio (2018), è il libro di recente pubblicazione del prof. Giuseppe Scaramuzzo, su un tema che attendeva di essere approfondito, nel periodo storico già analizzato e discusso dallo stesso autore in alcuni dei suoi precedenti libri sulla storia di Acri [1]-[2]. Questa volta è un fenomeno complesso e drammatico al centro dell’obiettivo: l’emigrazione, su scala altrettanto globale che la guerra. L’esame storico privilegia la vita materiale della gente di Acri: di chi resta, di chi parte per terre lontanissime e di chi viene mandato a combattere. E il chiarire questo punto apre subito la possibilità di soffermarsi su almeno tre punti chiave, con l’intenzione di fornire a chi legge alcuni punti di vista interessanti e dei focus specifici.
Le cause sociali, le spinte politiche e le dinamiche economiche post-unitarie sono trattate nel libro con un’attenzione puntuale ed autentica nei confronti della “gente comune”, negli aspetti sia più immediati che letterari. Il contesto economico/agricolo acrese, le aspettative di “terra e lavoro”, gli eterni tradimenti politici nei confronti di queste medesime rivendicazioni, l’arricchimento facile dei notabili a spese delle terre comunali sono alcuni dei temi descritti con passione, facendo tesoro di testimonianze letterarie dell’epoca. Brani di canzonieri popolari dialettali, e la fascinazione che questi causarono in intellettuali come Antonio Julia (la cui raccolta di canti popolari attende ancora un’edizione critica, come sottolineato dallo stesso Scaramuzzo, pag. 45) restituiscono in maniera più incisiva l’impatto intimo e psicologico dello sfruttamento dei contadini, degli ultimi, e di chi si allontana dalla propria unica terra verso un altro mondo, enorme e sconosciuto. Le opere letterarie di grandi scrittori e poeti acresi sono una miniera infinita di scenari, cronache, numeri e protagonisti. Dal fondamentale Vincenzo Padula alle cronache dei giornali calabresi e meridionali, passando per le poesie di Salvatore Scervini e le lettere dei soldati alle loro famiglie, si riesce ad afferrare il contesto socio-economico in cui l’ingente emigrazione acrese nasce e prospera.
Fin dalle prime pagine si viene catapultati nella vita quotidiana del bracciante acrese di fine Ottocento. Agricoltura e risorse naturali giocano un ruolo importante nella storia sia della comunità acrese che di chi emigra: l’usurpazione dei terreni, dei boschi demaniali e dei latifondi; il ricomprare piccoli terreni con i soldi del duro lavoro da parte dei ‘mericani. La stragrande parte dell’economia gira attorno a dinamiche economiche locali di questo tipo, sembra suggerire l’analisi. Espandendo questo tema dell’attenzione per la vita materiale, è da segnalare il capitolo “La vita ad Acri nel periodo bellico” (cap. 2.5): patriottismo, miseria quotidiana, dolore per i morti e i feriti, e l’influenza spagnola a mietere vittime persino molto lontano dal vero fronte. 
In seconda istanza le cause politiche e sociali dell’emigrazione acrese sono qui immerse nel contesto globale, quello della fine del XIX secolo, poi della Grande Guerra (la prima su scala planetaria), del primo Dopoguerra, e durante l’incipiente successiva nascita del Fascismo. È possibile leggere nelle vicende acresi ciò che è poi presente anche nella storia del Meridione e nel fenomeno migratorio più in generale dall’Italia verso il “nuovo mondo” (‘Merica pìcciuda‘Merica ranna). Per questo ha senso parlare di microstoria nella macrostoria, ovvero di vicende e cronache locali significative (per comprendere il presente) viste e contestualizzate davanti ai cambiamenti di scala ben superiore. Cambiamenti spesso alieni, apparentemente, agli attori ed alle attrici principali dell’emigrazione: la “gente comune” appunto, in movimento verso l’altra parte del mondo. Nello stesso momento si osservano la Acri post-unitaria ed i moti di Milano, la repressione di Bava Beccaris e le orrende condizioni sanitarie deiquartieri acresi e delle frazioni. Tutto questo contestualmente esaminato in relazione a quello che la politica (Destra storica prima e Sinistra storica poi) e la classe dirigente fecero, ed allo stesso tempo non riuscirono a fare, per porre rimedio alla fuga di una ingente edoperosa parte della propria popolazione. Il primo dopoguerra poi, vuol dire ancora promesse tradite, di terra e lavoro ai reduci combattenti ed alle famiglie più colpite, ed ancora massiccia emigrazione.
In terzo luogo è naturale porre dei parallelismi, drammaticamente necessari e palesi, con la condizione dei migranti di oggi, in un momento in cui alcuni italiani sembrano dimenticarsi di essere i discendenti dei passeggeri dei “vascelli della morte”, degli abitanti maleodoranti dell’isola delle lacrime (Ellis Island), degli oggetti dello scherno e del razzismo nelle terre che andavano a popolare e in cui cercavano la dignità dell’esistenza e di un lavoro che quasi mai era possibile trovare o immaginare in patria (i corsivi sono espressioni che l’autore trae da opere e cronache dell’epoca). E su questo sottolineo quanto già espresso da Fra Piero Sirianni [3] nel suo contributo su questo stesso testo.
L’ampia sezione sulla Grande Guerra, e quello che ha significato anche per gli emigrati, è dettagliata ed arricchita anche da brani epistolari di soldati alle loro famiglie. Risalta il contrasto, inesorabile su scala cittadina, fra le masse di analfabeti strappati alle proprie famiglie per andare su un fronte e contro un nemico sconosciuti, in confronto alle manifestazioni di entusiasmo interventista dei pochi informati sui fatti del mondo. Fra questi spiccano i contributi di Antonio Julia, figlio del grande poeta e scrittore Vincenzo Julia, corrispondente di vari giornali dell’epoca, i cui scritti sono citati frequentemente nel testo (spesso dei veri e propri reportage, o informative, su testate quali “L’Avanguardia”, “Il Giornale di Calabria” e “Cronaca di Calabria”da Cosenza; “Il Popolano” da Corigliano Calabro; “Il Mattino” e il “Roma” da Napoli; “Il Giornale d’Italia” e “La Tribuna”).
Come non fare un riferimento poi alle promesse fraudolente di lavoro in Uruguay (in piena crisi monetaria) e Brasile, che ricevevano gli "emigranti" da parte di agenti senza scrupoli, a cui il Governo si affannava a far fronte. Con le opportune differenze si trattava pur sempre di fake news, di grande impatto, il cui arcaico processo di debunking (su scala transoceanica) dev'essere stato sicuramente più difficile e lento, non solo per le potenziali vittime delle truffe, quanto anche per le autorità preposte. 
Il libro raccoglie dati personali e sintetizza piccole biografie, ciascuna significativa e degna (avvincenti, oppure disperate e dimesse). Si tratta di uno dei ruoli più evidenti di questo testo, in scia agli altri dello stesso autore già citati: lo scopo onorevole di restituire ad una comunità la sua storia, nonché quello di sancire la dignità delle memorie biografiche di tutti i protagonisti censiti, inseriti nel contesto storico e resi protagonisti. 

[1] “Storia di gente comune: I soldati acresi nelle guerre del Novecento”, Giuseppe Scaramuzzo, Grafosud, 2010.
[2] “Nascita di un comune democratico. Acri 1861-1952. Storia Cronaca Memoria”, Grafosud, 2013.
[3] “Riflettere sul passato fa bene al cuore e alla ragione”, Fra Piero Sirianni (http://www.acrinrete.info/Articolo.asp?id=11213&p=1)


PUBBLICATO 28/01/2019

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