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Calabria che fu

Foto © Acri In Rete
Giacinto Le Pera
Dopo aver letto l'articolo di Francesco Spina sul vergognoso e quartomondista disservizio del compromesso ospedale acrese non posso ribadire quanta vergogna ho (ancora una volta) per essermi ritrovato catapultato (di sicuro non per mia scelta) dopo la nascita in questa maledetta regione.
Per mia lungimiranza ho abbandonato Acri e i miei affetti circa 30 anni fa e sono contento di averlo fatto. Lo rifarei.
L'età della formazione è stata accompagnata da rabbia e frustrazione che però ha contribuito a spronarmi e fare esperienze costruttive per migliorare e sentirmi meno "calabrese". Sì, meno calabrese. Non ho problemi a dirlo né tanto meno mi preoccupa l'eventuale "giudizio" di chi leggerà questo mio sfogo: nei primi anni che dal normale mondo dove vivo tornavo in terra calabra, portavo sempre dentro la speranza che la bellezza storico/culturale nonché paesaggistica prima o poi avrebbe avuto la meglio sull'indifferenza e l'ignoranza dei più. Niente di più illusorio. Niente da fare. Passano gli anni ed è sempre peggio. Il mondo fuori da qui si evolve come anche le persone, ma, ahimè, qui no. E se a qualcuno venisse in mente di partorire il pensiero "perché non fai qualcosa per cambiare", rispondo che ho (e non sono il solo) 1000 argomenti e racconti da fargli e 1000 progetti da mostrargli che, più e più volte ho provato a condividere ma, come dice Francesco nel suo articolo, "se non conosci qualcuno" non passi, non hai diritti.
Questa è terra di mala politica e di 'ndrangheta (condividono gli stessi principi).
Chiudo con una triste e vera considerazione dello stimatissimo scrittore calabrese Gioacchino Criaco:
"La Calabria è una terra strana, sospesa tra passato e presente. La sua lingua non contiene il futuro dei verbi, il domani è affidato al destino."
Amen.

PUBBLICATO 30/12/2015





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