Non cancelliamo la memoria storica! (ovvero, il marketing ed i bisogni sociali fittizi)


Francesco Foggia

Prendo spunto da un’importante affermazione di Salvatore Settis (“… la frammentazione territoriale, la violenta e veloce modificazione dei paesaggi urbani, il dilagare delle periferie-sprawl prive di centro, innesca patologie individuali e sociali“), richiamata da Battista Sangineto nell’articolo “I disastri ambientali e le Grandi Opere di Cosenza”, pubblicato il 9 novembre 2018 su “Il Quotidiano del Mezzogiorno” (clicca qui per leggere ), per iniziare a pensare, senza troppe pretese, su un concetto semplicistico di marketing: si acquistano beni quando si avvertono bisogni e, parimenti, se non si avvertono bisogni non si venderebbero beni. Mi sembra abbastanza ovvio.
C’è, però, da tenere in alta considerazione il ruolo delle imprese produttrici di beni (soprattutto, di consumo), perché esse sono le controparti importanti, proprio perché molto sensibili alla vivacità del mercato: esse, non potendosi permettere stasi nella produzione aziendale, si daranno molto da fare, ingegnandosi magari anche a creare “bisogni” di sana pianta. La strategia del mondo imprenditoriale (che vive di marketing) deve salvaguardare il tornaconto annuale e tende ad omologare i cittadini, per farli sentire con bisogni comuni, contando sulla tendenza umana di imitare quelli che si assumono come modelli di vita. E, così, a livello individuale si incomincia ad adoperarne il linguaggio, a ripeterne gli argomenti, ad assumerne i comportamenti; mentre, a livello collettivo, se si resisterà ad accogliere le usanze estranee (ma non so fino a quando!) ci si adopererà ad avere le infrastrutture civili più accessibili, non fosse altro che per sentirsi in armonia con realtà geografiche, che affascinano in virtù delle loro diversità sociali ed economiche (forse anche climatiche). La classe politica dovrebbe tendere a ben altro; essa pur facendosi carico di dare risposte ai bisogni collettivi, deve comunque rispettare le identità e le aspirazioni personali, senza dimenticarsi di coltivare la memoria storica e di salvaguardare le specifiche storie delle diverse realtà presenti in un vasto territorio. A volte ci riesce! Ma, soprattutto nelle aree periferiche dell’Italia o di una Regione, è difficile per molti politici italiani resistere a soddisfare i più facili “bisogni di pancia” del corpo elettorale, voglioso di vivere le soluzioni urbanistiche proposte in luoghi di altra cultura e storia! Salvatore Settis ci stimola a riflettere sugli aspetti negativi di quel che i fautori del “modernismo” propongono, e di adoperarci per conservare la nostra ultra millenaria storia, inscindibile dalla presenza originaria dei nuclei più antichi delle nostre città, che devono essere difesi dallo stravolgimento fisico, contemplato - sempre più spesso - dalle moderne tendenze architettoniche e urbanistiche. Non dovrebbe essere difficile, eppure, si scimmiottano quasi come “mantra” gli usi e i costumi estranei (complice la televisione), probabilmente, per l’inconfessabile illusione di “diventare” (almeno in apparenza) quello che “non si è” nella sostanza. Ma quando si capirà che millenni e millenni di storia costituiscono un’identità indelebile da andarne fieri e che le crisi di solitudine dell’uomo-senza-radici non potranno mai essere compensate dalle occasionali aggregazioni che offrono le nuove e anonime periferie-sprawl, pur ricche di roboanti opere! ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
PUBBLICATO 23/02/2019 | © Riproduzione Riservata

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