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San Francesco di Paola, il volto della Calabria

Foto © Acri In Rete
Gaia Bafaro
San Francesco di Paola è il protettore della Calabria.
L’iconografia lo rappresenta come un uomo anziano dalla lunga barba, poggiato sul suo bastone quasi fosse stanco dopo un lungo viaggio e gli occhi volti al cielo in preda all’estasi divina, lontano dalle preoccupazioni terrene.
Le agiografie, lo ricordano come un uomo timido, mansueto, umile, con poca cultura ma, molto diverso è il Francesco rimasto impresso nell’immaginario collettivo.
Il popolo e alcune fonti antropologiche, infatti, descrivono un uomo ben distante dal vecchietto caritatevole che le vite dei Santi vogliono proporci.
Nicola Misasi a fine Ottocento presenta nella sua opera “La mente e il cuore di Francesco di Paola”, il patriarca come “zirruso”, crudele e spietato in modo giusto contro chi fa del male e pecca. Egli è pronto ad utilizzare il suo bastone nodoso per percuotere gli infedeli e i peccatori, come in questo esempio riportato dallo scrittore: “Una donna che aveva perso il giovane marito e che accusava S.Francesco di non averlo voluto salvare, raccontò che a mezzo il sonno aveva visto aprirsi la parete ed uscirne un monaco armato di bastone che le disse con voce irata - Ah, dunque non la vuoi finire? – e giù con botte da orbo, se non fossero state botte da santo, con quel suo bastone.”Dalla testimonianza di Misasi , emerge come il frate sia diversamente tratteggiato dal popolo: terribile in volto come un leone, dotato di un linguaggio fiero e severo non esente da minacce.
Una figura carismatica che non trattava tutti allo stesso modo, infatti, era poco tollerante contro chi riteneva avesse un atteggiamento sbagliato.
Soprattutto, Il Santo, era favorevole al castigo corporale e se necessario anche alla morte di chi peccava, indistintamente dalle origini, dall’età e dal sesso del colpevole.
Quindi, in certi aspetti crudele e impietoso come il Dio dell’Antico Testamento o come le divinità pagane.
Certo è che le accuse dell’Eletto non risparmiarono nessuno: Reputava i nobili ingiusti, li chiamava “lupi rapaci”dato che i loro beni erano fatti dal sangue della povera gente; accusava il clero di vivere lontano dal popolo in condizioni troppo agiate, di dilapidarle ricchezze della Chiesa e rapinare il Gregge del Signore. Nello stesso tempo però fu democratico e seppe fungere da mediatore, rendendosi indispensabile ai ricchi, agli ecclesiastici e al popolo.
Infatti, il suo carisma era apprezzato da tutti.
I nobili gli facevano consistenti elemosine, per permettere ai suoi conventi di sopravvivere e crescere, mentre Francesco li ripagava mantenendo nelle sue prediche uno stile conservatore.
Presentava alle masse l’ordine gerarchico con a capo l’aristocrazia necessario, placando così gli animi e scongiurando eventuali rivolte.
Vi erano doveri da adempiere sia per i poveri che per i benestanti,gli uni nei confronti dell’altri.
Il clero, d’altro canto, non poteva disfarsi del Beato perché troppo amato dal popolo, in un contesto storico difficile, infatti, la massa sentiva la necessità di toccare con mano un santo in carne ed ossa.
La Calabria, in quel tempo, era divisa tra il partito angioino e quello aragonese ed i baroni si schieravano tra le due fazioni.
La guerra, a causa delle pesanti imposte, aveva affamato il ceto popolare e, questi, cercava disperatamente una via di fuga nelle ribellioni alla macchina governativa o nel brigantaggio, trovando spesso la morte.
Nella sofferenza e nello scompiglio c’era la convinzione che il demonio camminasse sulla terra e la regione necessitava di un uomo come S. Francesco che, con i suoi discorsi apocalittici, garantisse un rinnovo dei tempi e una ricompensa nel regno dei Cieli.
In un’epoca di cambiamento, quindi, bisognava fronteggiare la crisi della presenza così come l’avrebbe definita Ernesto De Martino.
Ma chi era veramente Francesco?
Nacque a Paola il 27 marzo 1416 da Giacomo D’Alessio e Vienna da Fuscaldo, entrambi religiosissimi, chiusero in un convento il figlio a S. Marco Argentano a soli 13 anni.
L’anno successivo, Francesco partì per Roma e al ritorno si ritirò in eremitaggio in una grotta, probabilmente come segno di protesta al suo tempo storico, alla civiltà e alla stessa classe clericale.
Tuttavia, sebbene in isolamento, egli non si estraniò dalla realtà, anzi, una cerchia di fedeli si recava a trovarlo nel suo eremo, ed egli stesso trascorreva la mattina tra gente per poi tornare, sul calar della sera, alla sua meditazione.
Successivamente diede vita all’ordine dei minimi. Questi, vestiti di tuniche di lana, dovevano dedicarsi all’ascetismo e mendicare, alimentarsi di cibi quaresimali, mentre le tre parole chiave dei frati francescani erano: obbedienza, povertà e penitenza, riproponendo i valori del monachesimo greco tra vita attiva e contemplativa.
La vita di S. Francesco terminò in Francia, richiamato proprio dal cristianissimo Luigi XI per sanarlo da una grave malattia, l’Eletto fu costretto a partire sotto incitazione del Papa e di più nobili tra cui Ferdinando D’Aragona re di Napoli: “Vi preghiamo dunque con il più grande affetto che potiamo, di voler con le vostre sante orationi sollecitar nostro Signore Dio di restituire la sanità a sua Maestà.” La massa seguiva il giovane Francesco perché egli era capace di cose straordinarie: era dotato di una forza sovrumana sebbene mangiasse pochissimo, un giorno egli mandò via i manovali che non riuscivano a spostare un macigno e una volta tornati trovarono “la pietra levata”; toccava il fuoco senza scottarsi (“pigliao uno ticzune de foco allumato et si la posse dentro la mano stringendolo forte” testimonianza di Joannes Antonachius in visita al convento di Paola); possedeva il dono della profezia; compiva miracoli e guariva con le erbe. Soprattutto questa sua ultima dote era insolita, sembra quasi la descrizione di un mago pagano anziché di un Santo.
La cosa non stupisce perché, sebbene i culti pre-cristiani fossero stati banditi, l’aspetto magico/folkloristico era qualcosa di più ancestrale negli animi della gente.
Soprattutto per i primi tempi, magia e religione cristiana andarono di pari passo,la prima assicurava il benessere sulla terra e la seconda su di un piano ultraterreno.
C’è una testimonianza su come un monaco entrato nell’ordine dei minimi se ne fosse allontanato accusando Francesco e i suoi seguaci di essere “magari e gente del diavolo e non di Dio”.
Ma in realtà, gli aneddoti sulla lotta tra Francesco e il Demonio sono molti, i seguaci del maligno si nascondevano sulla terra e spesso erano donne, considerate sue figlie, che trascinavano i maschi verso la lussuria e il peccato (Idea che sarà perseguita durante l’Inquisizione: Femmine dal latino “minus fé” prive di fede) , tuttavia il Santo riteneva che il potere oscuro fosse limitato poiché la sua libertà era consentita da Dio Onnipotente, adirato con gli uomini per il loro comportamento irrispettoso.
Tra i guariti di possessione vi è il racconto di una tale donna di Bisignano che era stata indemoniata e incatenata per più di un anno, allora,S. Francesco , la prese per mano, la portò nella Chiesa del convento “fice escire dicto Spiritu maligno”.
Non meno importante era il Dono profetico del Santo Padre. Un simpatico episodio è quello riguardante Jacobo Runco di Belmonte che si recò a Paternò, dove Francesco stava costruendo un convento, per chiedergli di guarire un suo parente. Egli gli offrì in dono delle ciliegie ma il Beato le rifiutò dicendogli che quelle primizie erano state rubate : “Va, retorna le cerasa allo padrone per carità che leli hai levate”.
Nonostante il Frate di Paola godesse di tali poteri e di grande considerazione, egli rimase umile riconoscendo di essere un pedone nelle mani di Dio che gli concedeva la forza solo in determinate circostanze.
La storia di S. Francesco è quella della Calabria stessa con le sue credenze, le sue difficoltà, il suo rapporto intenso tra sacro e profano, la sua gente che vive la religiosità ancora intrisa di magia ( basti pensare all’affascinu, il malocchio levato invocando il potere di Dio). Il Frate così come è visto nella tradizione popolare è aspro e indomabile come la nostra terra, con le sue montagne dalle salite ripide ma comunque dotate dalle vista di sconfinati orizzonti, così come dovette essere l’anima di Francesco. Egli fu uno dei tanti eremiti del tempo ma, grazie al suo carisma e alla sua determinazione, sopravvisse nei secoli per diventare lui stesso il volto della nostra affascinante e fiera regione.
Conoscere la storia del Santo Protettore della Calabria è importante, è come guardare in faccia ciò che siamo stati e che siamo.
Bisogna apprendere il nostro passato per comprendere il presente, come disse Lévi- Strauss:“ Chi ignora la storia si condanna all’ignoranza del presente.”

Fonti:
Giovanni Sole, Francesco di Paola il Santo terribile come un leone, Rubettino Editore 2007.
P. Roberti, S. Francesco di Paola Storia della sua vita, Curia dell’Ordine dei minimi, Roma, 1963.

PUBBLICATO 16/05/2020





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