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Come conservarsi al tempo della peste. Un antico trattato medico di Vespasiano Angelico

Foto © Acri In Rete
Gaia Bafaro
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Oggi intraprenderemo insieme un viaggio alla scoperta di un testo medico del 500 appartenente al cittadino veronese Vespasiano Angelico.
In tal modo scopriremo come in passato si affrontavano le pandemie.
La paura è la parola chiave per ogni periodo storico interessato da pestilenze, lo si può scorgere anche in questo trattato indirizzato al Signore Mattheo Caldogno Vicentino, dove Vespasiano consiglia come primo metodo per tutelare la salute propria e quella degli altri di chiedere perdono per i propri peccati a Dio: “Il maggiore e più efficace rimedio contro la peste sarà il chiamarsi in colpa de suoi peccati, confessarsi e dimandare perdonanza a Dio, far orationi, restituir il mal tolto, digiunar fare elemosine e processioni per placare l’ira di Dio verso noi miseri peccatori.”
Per non contrarre la peste, seguono delle vere e proprie ricette per creare delle pastiglie da sciogliere nel vino a base di : “Mirra, Elleboro Aloe, epatici: dracme 5; zafferano, Euforbio, il tutto da mescolare con sciroppo di acetositato di limone”; oppure si consiglia di purificare l’aria respirata portando alla bocca grani di Giulipero o di Galenga (canepa) e ancor meglio la Canfora più efficace di ogni altra cosa e, di tanto in tanto, bagnarsi il naso con un a spugna immersa in acqua di rose e aceto.
Miracoloso poi è, secondo le credenze dell’epoca, portare una sorta di talismano sopra al cuore, cucito con della seta rossa “ormesin” tipica di Ormuz (sul mal rosso). Si consiglia, inoltre, di immergersi nell’acqua di mare per tre o quattro ore continue.
Il discorso di Vespasiano continua annotando la sintomatologia della malattia; le prime avvisaglie sono la testa pesante e la mancanza di appetito, mal di gola, arsura della lingua, indolenzimento delle membra e occhi che paiono spuntare all’infuori.
In seguito compariranno febbre altissima e bocca amara.
La lingua per alcuni è grigia, rigonfiata e bollente, se è nera vuol dire morte imminente.
Il sonno e il continuo sbadigliare tormentano gli appestati e c’è una descrizione abbastanza dettagliata del colore delle urine che presenta più colori ma quella che è presagio pericoloso appare con “pano in fondo”, cioè con una sostanza sporca e grassa visibile sul fondo del contenitore. Tra le varie annotazioni dei sintomi vi sono anche la nausea e le pustole che in base a dove compaiono recano danni: “Se l’Appostema gli vien dietro le orecchie, dinota che sia offeso il cervelo, e se vien sotto i braci segno è che sia offeso il core e se vien alla cossa ( coscia) dritta pate il fegato; s’è a la sinistra la milza.”
Nello studio di Vespasiano sono riportati anche le cure e i rimedi per dare sollievo agli ammalati.
Quando ci si alza dal letto, dice lo studioso, è necessario bonificare l’aria bruciando nella camera legni di alloro, ginepro, rosmarino, cipresso e sarmenti di vite; l’ammalato dovrà vestirsi accanto al camino e lavarsi con acqua bollita con aceto e chiodi di garofani.
Le stanze della casa devono essere profumate con cose odorose come aranci, cedri o cotogni.
L’alimentazione per l’appestato prevede di non mangiare volatili selvatici ma solo carne di capretti, vitelli e galline, proibite tassativamente sono le uova e frutta di qualsiasi tipo.
Il vino bianco è preferibile a quello rosso ed è consigliato bere acqua calda con aceto e Canfora (si sottolinea l’importanza della canfora per tutto il trattato) in modo da far abbassare la temperatura.
Il brodo di pollo con zucchero finissimo può essere consumato per colazione. Anche l’umore è importante e si consiglia di stare allegri ascoltando canti, storie e musica. Sono da evitarsi i rapporti sessuali, ogni tipo di fatica e persino l’esposizione al sole.
Benefici i salassi con sanguisughe sulla vena del fegato e le purghe con polvere di Euforbio.
Tra le medicine da assumere spiccano la Tiriaca e il Mitridato, un noto antidoto contro il veleno da assumere con il vino bianco a cui deve seguire il coricarsi.
Se nel letto si suderà sarà da considerarsi un ottimo segno. I piedi dovranno essere tenuti al caldo con “pece scaldate, overo con un quadrelo cado spruzzato di Aceto forte”, sulla fronte si può porre uno fazzoletto con acqua di rose o aceto e il corpo può essere rinfrescato tramite polvere di ireos (giaggiolo).
Per la nausea si può assumere pane abbrustolito e un infuso di limone e vino.
Sui bubboni pestiferi, invece, si possono applicare : grasso stagionato di maiale, croco, 8 lumache, 10 fichi secchi, corallo rubro, malva, melissa, sale, olio di gigli bianchi e camomilla.
Tra i segni di morte imminente dell’ammalato, dice Vespasiano, vi sono le risate immotivate, il toccare il bordo della coperta e l’orlo della veste mentre si fissa il vuoto, oppure l’appestato mezzoaddormentato parlerà tra sé.
In questo breve studio è evidente come anticamente i confini tra medicina, superstizione e religione fossero particolarmente labili.

PUBBLICATO 15/04/2021 | © Riproduzione Riservata



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