RELIGIONE Letto 2607  |    Stampa articolo

Verso una conversione del nostro vocabolario

Foto © Acri In Rete
fra Piero Sirianni
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A volte mi fermo a pensare sugli eventi quotidiani, i fatti che accadono intorno a me, le vicende che conosco, le parole che ascolto nel linguaggio comune. Proprio su queste ultime medito spesso: le frasi che mi giungono dai social, le affermazioni che recepisco dalla televisione e dalle radio, gli articoli che leggo sui quotidiani; quante volte incontro le seguenti parole e affermazioni: «fortuna, destino, segni zodiacali, autorealizzazione, essere se stessi».
Esse mi sanno poco di antropologia, cioè, dell’altissima dignità che la persona umana possiede – tra vocazione e missione, libertà e responsabilità, amore e ricchezza.
Ancor meno di cristianesimo! Per il fatto che rivelano la nostra fiducia in cose davvero molto effimere, spesso infondate e poco razionali.
Queste mie riflessioni non vogliono essere un atto di accusa contro nessuno (sentimenti, fatiche esistenziali, croci, sconfitte…): desiderano solo indurre un pensiero profondo sulla nostra umanità, sui valori, sulle mete che ci prefiggiamo di conquistare, sui limiti che ci rendono tristi, sui traguardi che raggiungiamo e sulle fatiche che ogni giorno affrontiamo; soprattutto, vorrebbero spingere al di là delle tante illusioni che la mondanità e le mode ci offrono.
Perché – dunque – non cancelliamo dal nostro vocabolario di tutti i giorni il termine «fortuna», per sostituirlo con quello di «grazia»? Non siamo – ognuno – figli di una benedizione, di un amore che ci precede, di una vita che abbiamo ricevuto, della bellezza che siamo e che possediamo?
Ci costa molto mettere da parte la fiducia nel «destino», per credere che siamo inseriti – gratuitamente – in un progetto e siamo «predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo» (Rm 8,29)?
Riusciamo e non tenere in considerazione – nelle nostre giornate e settimane – i «segni zodiacali», per riscoprire l’unicità del nostro essere persone libere e artefici di tutto quello che costruiamo? Potremo essere meno convinti che la nostra vita non può essere influenzata dalle stelle e dai pianeti?
Spesso sento questo augurio, rivolto a tutti e soprattutto alle nuove generazioni: «Sii te stesso!»; quanto più bello e concreto, invece, sarebbe sentir dire: «dona la tua vita…diventa pane spezzato per gli altri…lavora per edificare un mondo più umano, vero, bello…vinci l’odio ed il risentimento con l’operosità…».
Nella nostra società – e ce ne accorgiamo in ogni momento – dominano «l’autorealizzazione», il successo personale, l’apparenza ed il prestigio. Ed, invece, ripensarsi come un dono per il bene degli altri – dei più poveri, soprattutto – allarga il cuore alla speranza e semina nel mondo quel bene che non fa molto rumore, ma porta linfa alla nostra umanità.
Ed, allora, riflettiamo su ciò che pensiamo ed esprimiamo; purifichiamo il nostro linguaggio; confidiamo maggiormente nella grazia e nella nostra maturità umana. Di conseguenza, il frutto più bello sarà una nostra più ricca libertà personale – dai tanti condizionamenti – che ci permetterà di diventare «il sale della terra e la luce del mondo» (cfr Mt 5,13-14).

PUBBLICATO 17/02/2022 | © Riproduzione Riservata



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