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Conosci te stesso

Foto © Acri In Rete
fra Piero Sirianni
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Dalla storia dell’antica Grecia conosciamo che sul frontone del tempio di Apollo era scolpita la frase (l’invito): “Conosci te stesso”; sappiamo, inoltre, che la stessa venne assunta da Socrate come base delle proprie ricerche filosofiche ed intellettuali.
Tale imperativo possiede una rilevante valenza antropologica – soprattutto a discapito dell’uomo prometeico che pensa di poter dominare indisturbato gli altri ed il mondo circostante.
La sfida di conoscere se stessi ci pone di fronte alla verità riguardante la persona umana, così come alla Verità del trascendente. E questo, poiché, infondo, ci conosciamo davvero poco: nei nostri bisogni e desideri, nei valori in cui crediamo e che difendiamo, nelle sfide che inconsciamente ci animano, nelle tante dimensioni belle che le nostre vite possiedono, nelle conquiste che conosciamo, nei cammini che intraprendiamo.
Due psicologi proposero, negli anni ’50, la cosiddetta “finestra di Johari”: cioè, una lettura delle dinamiche umane intrapsichiche le quali rivelano che realmente, in ognuno di noi, ci sono: aspetti di noi conosciuti soltanto a noi stessi, dimensioni note solo agli altri, mondi interiori percepibili da tutti e lati oscuri a ognuno. Ogni persona umana è un grande mistero!
Le sante Scritture testimoniano: «Un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso» (Sal 63,7); dunque, cosa o chi può svelare l’enigma antropologico? Scriveva la Chiesa durante il concilio Vaticano II: «In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo. Adamo, infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro e cioè di Cristo Signore.
Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione» (Gaudium et spes, 22).
Nel Figlio di Dio ci viene rivelata l’umanità più bella e più vera, il suo archè ed il suo pieno compimento, la sua vocazione e la sua missione. Egli è «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6).
Tuttavia, una ulteriore condizione umana rivela il senso dell’essere e dell’esistente: la vita relazionale.
I rapporti con l’altro-da-me svelano sempre più il mio essere personale, i miei atteggiamenti e le mie paure, i miei sforzi nelle opere buone ed i semi di salvezza che sono capace di spargere nel campo del mondo.
La vita fraterna e comunionale chiama, però, ad una sempre maggiore umiltà; quest’ultimo termine deriva, infatti, dall’humus: ci ricorda che tutti siamo fatti di terra, siamo impastati di fango (cfr Gen 2,7) e in polvere ritorneremo al tramonto della nostra vita.
La sfida che ci sta davanti, allora, è vivere intensamente e caritatevolmente, verso noi stessi e nei legami. Più ci riveliamo agli altri (nella nostra vera umanità), maggiormente conosciamo noi stessi; più ci accogliamo (come persone umane redente e fragili), maggiormente avremo le braccia allargate per accogliere tutti (in un abbraccio meno carnale, visto il tempo ancora pandemico!!!!).

PUBBLICATO 25/02/2022 | © Riproduzione Riservata



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