Gli effetti collaterali della guarigione
Angelo Bianco
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È una lettera bellissima, è di una donna che non conosco, calabrese anche lei, è un racconto che io non saprei scrivere e ne sono rapito, affascinato, commosso e orgoglioso perché lei lo ha affidato a me.
Faccio il medico da un sacco di tempo, ho ascoltato tante storie e pensavo di conoscerne tutte le loro parole tranne una, questa non l’avevo mai incontrata e, forse, è la più bella, la più profonda, la più difficile, sicuramente, la più inaspettata, lei la scrive così: “gli effetti collaterali della guarigione”. “Dottore, non lo so cosa può fare per me, provi a dire della guarigione curata male sul piano psicologico della persona (non della paziente) e delle persone che le stanno accanto.” Sono tante parole in fuga disordinata dal cuore che cercano conforto nella ragione di un disagio che prova a descrivere a mano libera ma io, all’inizio, non capisco, non so dare ordine. Mi racconta la sua storia, immagino la sua odissea tra letti d’ospedale e una malattia rara, dalla quale, bambina quale era, non è mai guarita perché le ha lasciato una ferita nella radice della sua anima che non vuole cicatrizzare. Mi dice della sua solitudine che l’ha tenuta lontana da affetti e dall’amore, in una famiglia “non educata alla condivisione delle emozioni”, isolandosi da tutti, soprattutto, “quando si avvicinavano troppo”, lei aveva paura di soffrire, ancora, per chissà quale altra ragione, penso che per lei fossero valide tutte e nessuna. Seguo la linea del mio pensiero ma mi distrae il suo viso che immagino triste, riconosco il tratto di penna, il male oscuro che lo agita ma lei vuole dirmi qualcosa di più, perché non c’è mai una ragione sola che ti spegne l’anima ma una tra tutte, forse, si, “c’è una guarigione fisica, che è quando ti dicono che è tutto a posto perché lo dice la tac e c’è, però, una guarigione psicologica che quelle stesse parole non curano” perché “ciò che conta è tornare a vivere la vita, vissuta nella gioia o nel dolore” e lei non ne è stata capace. Non è immediato per tutti pensare che quando il paziente viene dimesso, dopo aver subito un’operazione per un tumore o dopo aver scoperto una malattia, che gli ha violentato improvvisamente la certezza di essere sano, il mondo fuori dalla porta dell’ospedale non sarà più lo stesso di “prima” perché tu non sei più lo stesso di prima, sei diventato o più vulnerabile o più forte. Il sostegno psicologico alla cura della malattia non può risolversi in poche parole “sei guarita, abbiamo rimosso il tumore” oppure “basta prendere questa medicina” perché è da quel momento, dalla consapevolezza della tua malattia, che i tuoi passi si fermano difronte ad un bivio e lei c’è stata, ed ha scelto. Da un lato c’è la strada che ti porta a riprendere il pezzo di vita che avevi sacrificato, a passo svelto, per vanità, ambizione, successo, eccessi e, adesso, invece, torni a camminare con calma, occhi al cielo ad osservare anche la bellezza scenica del volo degli stormi delle rondini. Dall’altra, la strada che ti porta sotto una campana di vetro per la paura di essere nuovamente contaminata dalla malattia e, allora, non saprai più volare, anzi, la tua anima avrà paura anche della terra ferma e lei, da bambina a donna, ha scelto questa. “Ero una bambina e nessuno sa capire cosa passa per la testa in una persona in un letto d’ospedale” e poi la sua diagnosi che spiega tutta la lettera e la vita che è stata “sono cresciuta ma non sono fiorita.” La malattia, qualunque essa sia, fuori da un letto d’ospedale, ha ancora un perimetro d’emozione che può essere più esteso di quanto la ragione può misurare e più invisibile di quanto l’anima sa vedere. Troppe volte, noi abbiamo più ragione e poco cuore e ci fermiamo all’apparenza trasparente senza più chiedere “hai bisogno di me?” senza, soprattutto, più ascoltare “ho bisogno di te!” Farò il medico per ancora altro tempo, ci saranno altre storie ed altre parole da ascoltare ma oggi ne ho imparata una nuova che medico io, o paziente, parente o amico, voi, tutti noi, non dobbiamo mai dimenticare o confondere dietro un angolo distratto da un sorriso di circostanza, riconoscendo, invece, ed affrontandoli, con condivisione d’emozione, sono “gli effetti collaterali della guarigione”. Il suo racconto finisce con una speranza e un appello: “adesso voglio solo vivere e fiorire con serenità con la giusta cura e con la possibilità di sentirmi meno sola e aiutare gli altri attraverso la mia esperienza” e questa è una lettera bellissima. In bocca al lupo, amica mia... |
PUBBLICATO 23/03/2025 | © Riproduzione Riservata

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