I RACCONTI DI MANUEL Letto 2174  |    Stampa articolo

Il vento e la rosa bianca

Foto © Acri In Rete
Manuel Francesco Arena
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Tirava un freddo cane che in autunno non si sentiva da anni! Quel novembre era giunto all’improvviso, anticipato da quella fredda tramontana che spogliava senza grazia gli alberi e sferzava rabbiosa i campi. Era il mezzogiorno di un normale sabato quando l’uomo, chiuso nel suo cappotto nero con il bavero alzato fino al mento, lasciò il suo ufficio al quarto piano. Era stata una settimana difficile quella appena trascorsa: riunioni, telefonate ed appuntamenti estenuanti con i clienti che il più delle volte si erano protratti più a lungo del normale orario di lavoro. Adesso che la mattinata del sabato era finita, con un lungo sospiro di sollievo avrebbe spento il telefono fino al lunedì. Giù, nel corridoio dell’antico palazzo che puzzava di un misto tra stantio, fumo di sigaretta ed umidità, salutò il portinaio. Quel poveraccio sempre chiuso tra le vetrate della portineria con la pelle butterata e dai capelli radi e grigi, già dieci anni prima quando aveva aperto il suo ufficio, gli era parso vecchio come il cucco. Tante volte si era chiesto quanti anni avesse senza riuscire tuttavia a darsi una risposta. Però che dire! Era simpatico ed era piacevole ogni volta discuterci di calcio. Una volta fuori, l’uomo che aveva ancor di più serrato con i pugni l’estremità superiore del cappotto, prima di raggiungere la macchina, si fermò al chiosco dei fiori e chiese la più bella rosa bianca presente. Il fioraio, affabile e gentile nonostante stesse per chiudere, lo accontentò scegliendo una rosa brillante e bella come fosse stata scelta direttamente da un giardino reale. Nella macchina con una premura che denotava tanta tenerezza, sistemò la rosa sul sedile anteriore del viaggiatore in posizione orizzontale. Ella era destinata ad una persona importante, per questo meritava tanti riguardi e cure. L’orologio diceva che era giunta già l’ora di pranzo, ma la voglia di essere puntuale all’appuntamento toglieva a colui la fame. Dopotutto, saltare un pranzo cos’è quando sai che ti aspetta la persona amata che fra poco finalmente rivedrai? Per lei avrai sempre gli occhi più belli ed il sorriso più luminoso che mai alcuna stanchezza o puramente la fame potranno anche solo minimamente scalfirti. Attraversò la città vuota. C’era poco traffico e poche persone per la via, tutte chiuse nei loro abiti pesanti. Alla rotonda prese la seconda a destra, proseguì per il breve rettilineo e giunse a destinazione in cinque minuti. Per combinazione trovò parcheggio sotto la grande tabella su cui era scritto a caratteri cubitali “Ospedale”. Scese ed offrendo il volto agli schiaffi feroci della tramontana, fissò per un attimo la vicina struttura dove era diretto. Oltre quelle mura e quelle piccole finestre tutte uguali, da qualche parte al terzo piano, lei era già probabilmente nella sala operatoria da un pezzo. Lui con tanta pazienza, nella bianca e silente sala d’attesa, la avrebbe aspettata con la rosa bianca in mano pronto a donargliela non appena si fosse svegliata come il segno del suo smisurato amore. Il vento glaciale intanto infuriava contro i caffè, le case, gli abitacoli delle macchine e le vite degli uomini sempre in un precario equilibrio sul sottile filo dell’esistenza. Il cielo si era coperto di nubi grigie con tonalità violacee. Fra poco forse, se la tramontana si fosse placata un po', a colorare d’argento le vie della città, sarebbe caduta senza preavviso la pioggia.

PUBBLICATO 12/04/2025 | © Riproduzione Riservata



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