Lo zaino dei ricordi
Manuel Francesco Arena
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Appena arrivato in cima si sistemò sulla panchina: lassù sembrava avere il lago Cecita e parte della Sila Grande ai suoi piedi. Quante volte era arrivato lì da solo sin da ragazzo! A contarle si sarebbe perso il conto. Eppure man mano che le stagioni scandivano il tempo, il suo passo lungo il sentiero nascosto da grossi pini laricii, era sempre più corto. Aveva appena compiuto ottantadue anni e sebbene non sembrava accusarne l’età, si sentiva sempre più stanco dentro. Il suo viso cotto dal sole e butterato dal vaiolo, gli conferiva un’espressione che in sé aveva qualcosa degli antichi eroi greci. Eppure era diventato vecchio, lo sapeva già. Non serviva guardarsi allo specchio per capirlo, ma bastava semplicemente ascoltarsi dentro anche distrattamente. Era un pomeriggio d’ottobre quello, la brezza gli carezzava i capelli e la folta barba dal colore della neve che gelida, cadeva in inverno copiosamente su quei monti. Mentre era seduto ed in pace, si accese una sigaretta fatta sul momento di trinciato. Il sapore amarognolo del fumo gli pervase subito la bocca, ma egli non ci faceva più caso ormai. Anzi quel sapore, strano a dirsi, gli dava una strana allegria di cui difficilmente sarebbe riuscito a farne a meno. Quando ebbe finito, conservò quel che rimaneva della sigaretta nel taschino della camicia perché non era buona cosa lasciarla nella natura ed aprì il suo vecchio zaino sgualcito di colore verde scuro. Non aveva portato nulla con sé, fatta eccezione per la borraccia d’acqua di vetro, l’indispensabile coltellino Opinel numero 8 e due fettine di pane con una spessa fetta di lardo al centro. Eppure lo zaino, quel solito zaino quasi vuoto di sempre, lo aveva sentito molto pesante come se dentro contenesse tutti i dolori del mondo. Una sensazione strana che mai ricordava di aver provato prima. Tutto attorno a se intanto era sorto uno strano silenzio. Quella solitudine dava al posto un senso di pace misto a malinconia che per certe persone non abituate, tante volte poteva apparire opprimente. Ultimamente al vecchio venivano in mente spesso i suoi genitori, le vacche, il suo cane lupo Tom e poi ancora sua moglie ed i vecchi amici. Erano ricordi limpidi e lontani di volti e voci perdute, andate via per sempre verso quella destinazione ultima da cui non si fa più ritorno. Senza accorgersene a quei pensieri, le lacrime gli inumidirono gli occhi. Il cielo nel frattempo si stava colorando di rosa; fra poco sarebbe imbrunito e sarebbero apparse le stelle. Si era fatta ora d’andare, la via del ritorno non era brevissima. Dalla tasca cavò una cartina con il tabacco e si preparò un’altra sigaretta. Non fosse per l’ora, sarebbe rimasto seduto là ancora per ore tanto era piacevole rimanerci. Tuttavia alzandosi a fatica dalla panchina in seguito, chiuse nello zaino assieme alla borraccia, al coltellino ed al pane che non aveva mangiato, pure quei ricordi che erano andati a fargli visita. Con tutto il peso sulle spalle, lasciò la montagna agli uccellini che si esibivano negli ultimi canti della giornata ed agli animali selvatici per dirigersi ad agio verso casa. Lì ci sarebbe stato ad attenderlo il solito franco focolare in compagnia di un’umana nostalgia.
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PUBBLICATO 03/05/2025 | © Riproduzione Riservata

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