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Non spegnete quel focolare

Foto © Acri In Rete
Angelo Bianco
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Da genitori attenti e moderni, come vorremmo essere ma non siamo, promettiamo di educare i nostri figli, secondo logiche pedagogiche che, però, hanno ben poco del focolare di nostra nonna, del suo ovetto fresco sbattuto, delle sue cose semplici, tra le scintille del fuoco sempre acceso, come era la nostra immaginazione da piccoli.
Gli ripetiamo, in un mantra senza tanta convinzione, di non guardare mai troppo la tv che gli accendiamo “così ci lasciano in pace”, di non usare il cellulare che gli compriamo “così ci lasciano mangiare”, gli invogliano a leggere un libro che non gli compriamo mai e se ci chiedono di giocare con loro, noi “adesso non possiamo”, abbiamo il cellulare in mano, stiamo rispondendo ad un messaggio o scriviamo su FB gli auguri ad un amico immaginario perché è così che loro imparano da noi a socializzare, noi gli insegniamo il virtuale.
Spendiamo trilioni da “Naturasì” per il cibo biologico ma poi li portiamo nei centri commerciali a respirare aria condizionata, a mangiare fast food e una volta, ogni chissà quanto, la domenica, ci ritroviamo tutti insieme, andiamo in un agriturismo ma solo se c’è un percorso didattico, perché vogliamo che respirino l’aria della natura, rispettandone l’ordine, facendoli giocare con gli animali, che non vedono in città e, semmai, dovessero mungere una mucca o dare il fieno ai cavalli, ne faremmo un book fotografico da mostrare con orgoglio agli amici su FB, ovvio.
Noi stessi, poi, immersi nel verde di un prato, ci togliamo le scarpe strette di tutti i giorni, ne godiamo la pace, lontano dei rumori e dall’inquinamento della città e, almeno una volta, tutti, abbiamo pensato “potessi vivere qui, sarei felice, non mi mancherebbe nulla”.
Mai più di una volta, però, perché ogni mattina, poi, ci svegliamo di fretta, viviamo di impegni che non possiamo mai rimandare, ripetiamo sempre le stesse cose e inseguiamo da miopi, così, il benessere, senza mai trovarlo, ammalandoci di questo mondo, curandoci del nulla.
Fuori da questo mondo, vive una famiglia che, invece, ha scelto di rinunciare alla vacuità del progresso, coniugando, spartanamente, bisogni e necessità, nella logica di un modello di vita sereno, senza sveglie e calendario, rifiutando tutti i nostri fronzoli superflui ed essere finalmente felice, appagata, sana e, soprattutto, insieme, tutti i giorni perché nella loro casa tutti i giorni è domenica, tutti i giorni è la bella stagione.
Chi siamo noi per rimproverarle l’educazione dei loro figli e l’idea di socializzazione, la cabina doccia, la carta igienica alta dieci piani, la scuola, la plastica, i profumi, il McDonald, il motorino, il piercing, il tatuaggio, la festa di compleanno con la torta e le animatrici, il vestitino griffato, il tennis o la danza, un giocattolo, poi un altro, la paghetta, la comunione, l’albero di Natale con le palle tutte rosse e dorate e, in ultimo, lo psicanalista perché a tanti nostri bambini tutto questo non basta per essere felici.
Chi siamo noi per condannare il papà, la mamma, i tre figli ad avere il nostro cielo e a rinnegargli i loro sogni, ad essere una famiglia come la nostra, moderna, come quella che noi non sappiamo essere, forse perché a noi manca la nostra nonna e il suo focolare acceso, forse perché noi non abbiamo più l’immaginazione.

PUBBLICATO 24/11/2025 | © Riproduzione Riservata



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