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Il fascino del sei gennaio tra antiche storie, fede, miti e leggende

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Manuel Francesco Arena
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Il sei gennaio come si sa, tutte le feste si porta via. A differenza del Natale o del Capodanno, esso è tuttavia un giorno compassato dal sapore quasi malinconico sebbene, se ne celebri - proprio come il venticinque dicembre - la vigilia con le famose tredici portate che rappresentano Gesù ed i dodici apostoli durante l’Ultima Cena. Eppure in Calabria l’Epifania è particolarmente sentita, non meno delle altre due feste che la precedono lungo questo periodo natalizio. Essa è una notte ricca di storie e tradizioni che vede protagoniste antiche leggende, nate probabilmente all’ombra di un focolare in periodi dove gli unici smartphone, televisioni e social esistenti erano la fantasia e lo stare insieme. Infatti, oltre alla storia della vecchia strega vestita di stracci che porta i doni ai bambini sulla scopa, ci sono tanti altri miti locali che ruotano attorno a questa festività. Uno di questi è senz’altro quello “degli animali parlanti”. Infatti si diceva che a mezzanotte, per un tempo effimero, tutte le bestie avessero la facoltà di parola per giudicare il proprio padrone. Se fossero state trattate bene, questi nelle stalle avrebbero avuto per lui belle parole. In caso contrario invece, contro i legittimi proprietari avrebbero scagliato gravi maledizioni da far accapponare la pelle. Per questo era buona norma la notte tra il cinque ed il sei gennaio, dare consistenti razioni di cibo agli animali. Che fossero cani, pecore, cavalli, capre, galline, o gatti poco importava: meglio non rischiare e dimostrarsi in quella vigilia dell’Epifania più buoni delle altre volte. Un’altra cosa da non fare assolutamente per evitare sciagure era andare ad ascoltarli: guai all’allevatore che volendo fare il furbo, si prendeva la briga di andare a spiare il giudizio che i suoi animali avevano di lui. Tante storielle con tragico epilogo in molti paesi calabresi si tramandano ancora riguardo agli “animali parlanti”. La seconda leggenda non meno suggestiva di questa, voleva che alla mezzanotte i fiumi scorressero vino e le fontane olio anziché acqua. Questo, sempre secondo il mito, rappresentava un dono che Gesù Bambino, attraverso la natura, voleva fare agli uomini. Ma infine nell’Epifania - ovvero la festa che celebra i Re Magi che guidati dalla stella cometa raggiunsero la grotta per portare i loro doni a Gesù Bambino - cosa c’entra la vecchia che vola sulla scopa? Anche qui un’altra leggenda, stavolta figlia del folklore italiano, prende vita e merita di essere raccontata. Infatti essa parla dei Re Magi che in viaggio verso la grotta, chiesero ad un’anziana donna di seguirli per far visita al Bambinello. Questa però nonostante le loro insistenze, inizialmente si rifiutò. Solo dopo diverso tempo però, presa da rimorsi riempì un cesto di dolci e frutta e si mise invano in cerca di loro (i Re Magi ndr.). Da allora come segno di pentimento, alla scoccare della mezzanotte del sei gennaio, prende la sua scopa e volando per i cieli del mondo va a consegnare ai bambini i suoi doni. Proprio per questo il nome Befana con tutta probabilità proviene proprio dalla parola greca Epifania. Non a caso i bambini trepidanti la mattina del giorno dell’Epifania, proprio come fanno la notte di Natale, appendono ai camini le calze nella speranza che la vecchina vada a riempirle. Al mattino dentro trovano cioccolatini, monetine, frutta di stagione e l’immancabile sacchetto con cenere e carbone perché si sa: la Befana pur essendo buona nel cuore, resta sempre un po' birichina. Raccontatele queste storie ai bambini e tramandatele. Questa è saggezza popolare che racchiude in sé le nostre radici, la storia e la fede.

PUBBLICATO 03/01/2026 | © Riproduzione Riservata



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