Dalla ''Logica della Paura'' alla ''Logica del Diritto'': perché chiudere le scuole non è sempre la scelta giusta
Angela Maria Spina
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Che certe decisioni siano figlie di una "burocrazia difensiva" è un dato di fatto. In un Paese dove i Sindaci spesso si trovano a dover proteggere più se stessi da potenziali guai giudiziari, che i cittadini dai rischi reali, il confine tra prudenza e paralisi diventa pericolosamente sottile.
Ecco perché, le recenti dichiarazioni del Sindaco sulla chiusura precauzionale delle scuole dell’intero territorio urbano meritano una risposta che riporti la discussione sul piano della realtà e della verità, nel rispetto del significato che hanno: scuola, famiglie, studenti e docenti. Ad Acri, la scuola non è solo Istruzione: è il centro della vita comunitaria, l’unico presidio di cultura e l’ultimo baluardo di resistenza civile democratica. Chiuderla senza una necessità oggettiva significa svuotare la città e spingere le persone a percepire questo territorio come un luogo "pericoloso" da cui fuggire. Come dire lavorare ad alimentare i fantasmi di quello spopolamento che da tempo è l’unica certezza incontrovertibile: un dramma sociale che una certa politica miope ed autoreferenziale continua a voler ignorare. Abituare i giovani all’idea che "al primo accenno di pioggia o neve ci si ferma" non solo crea una generazione fragile ed irresponsabile, ma li educa a uno stile etico francamente inaccettabile. Riconosciamo tutti la fragilità delle nostre infrastrutture, ma la fallacia con cui si tenta di persuaderci all’idea del "sole precauzionale" è irricevibile. Arrivare ad affermare che è "preferibile una giornata di sole con scuole chiuse" è un’ammissione di colpa, una resa incondizionata della politica. La gestione del rischio non può tradursi sistematicamente nella paralisi della vita scolastica cittadina. I bollettini della Protezione Civile sono quadri di previsione probabilistica, non ordini di chiusura. La legge affida al Sindaco il compito di contestualizzare l'allerta: se il bollettino dice "Arancione" per la Calabria Citra, ma ad Acri non ci sono condizioni di saturazione del suolo o piogge torrenziali, il Sindaco ha il potere (e forse anche il dovere) di lavorare a garantire tutti i servizi essenziali in primis ospedali e scuole. Affermare che "altri ignorano le nostre responsabilità" è francamente un povero modo di qualificare una miserevole politica incapace, che invoca come cifra stilistica l’edificazione di muri e non l’interpretazione dei bisogni di quella comunità, ponendosi in dialogo con la propria città e i suoi cittadini, giusto a ribadire: o sei con l'autorità, o sei un irresponsabile. È la negazione del dibattito basato sull’evidenza, per reiterare quella stessa cifra stilistica nazionale ed internazionale, che attualmente sta distorcendo il significato stesso della civiltà democratica, dei diritti e dei servizi resi alle comunità. Se le previsioni indicano un rischio che poi non si verifica, il problema non è la prudenza, ma l'incapacità di interpretare quegli stessi dati in relazione al territorio reale. Chiudere le scuole "a prescindere" significa ammettere che il Comune non ha il controllo del proprio territorio, dei ponti, delle strade e degli edifici scolastici — luoghi in cui, tra l’altro, si trascorre il maggior numero di ore di una giornata lavorativa — preferendo così i lucchetti alla manutenzione. Ancora più grave è lo sciacallaggio della memoria: citare la tragedia del Raganello (territorio a me fin troppo caro) per giustificare la chiusura di aule scolastiche urbane è un’operazione retorica scorretta. Un canyon naturale e una scuola in centro città non sono contesti paragonabili. Usare il dolore di una tragedia nazionale per zittire il dissenso è poi una forma di gaslighting istituzionale: una manipolazione che invita i cittadini a dubitare della propria percezione della realtà per imporre una "verità ufficiale" che è abile solo ad alimentare paure irrazionali. Il primo cittadino non può ignorare il costo sociale di queste scelte. Acri si regge su delicati equilibri, in primis quelli familiari: chiudere le scuole senza evidenza di pericolo, concorre a disarticolare queste reti, costringe i genitori lavoratori a saltare il lavoro o a sovraccaricare i nonni, creando un danno economico concreto e gli studenti a studiare su tick tock. La scuola è un servizio pubblico essenziale, non un optional sacrificabile sull'altare della "tranquillità burocratica". Da tempo assistiamo a quelle che qualcuno soprannomina "ordinanze dal grilletto facile” sparate a pistola fumante più per autotutela che per reale senso di responsabilità e inviso al rispetto del diritto allo studio delle giovani generazioni. La vera responsabilità di un Sindaco non è solo evitare processi, ma garantire che la città funzioni. La sicurezza si fa investendo in prevenzione: pulendo i tombini, monitorando i versanti critici e manutenendo un manto stradale che sia possibile definire tale, intervenendo ove necessario anche “chirurgicamente” sulle emergenze del proprio territorio. La chiusura generalizzata è secondo me il "grado zero" di certa politica incapace, è il provvedimento più facile per chi non vuole governare la complessità. Se la città merita trasparenza, allora che si rendano pubblici i dati del monitoraggio che giustificano una chiusura totale di tutte le scuole del territorio, anziché una chiusura limitata a quelle aree realmente critiche e pericolose. Sarebbe ora di smettere di usare la paura come strumento di consenso. Un'allerta arancione non può diventare ogni volta, e tutte le volte, come il pretesto che nega di fatto il diritto all’istruzione dei nostri giovani studenti. Se il rischio è reale ed è tale da chiudere le scuole, perché allora restano aperti gli altri uffici pubblici, le banche o i centri commerciali? L'incolumità degli studenti vale forse più di quella dei dipendenti, o al contrario la scuola è solo un bersaglio più facile da colpire? Se banche, supermercati ed uffici restano aperti, significa che il rischio non è considerato “catastrofico" e chiudere dunque solo le scuole declassa l'istruzione a servizio di “categoria b” sacrificabile rispetto alle altre attività superiori. Per non considerare la sottrazione delle preziose ore di apprendimento e socialità, che i nostri alunni ed alunne difficilmente recupereranno, con un impatto ancor più oneroso sul piano psicologico, che in questo momento storico diventa per i nostri studenti, fortemente negativo perché incide sulla loro stessa motivazione complessiva e fiducia nello studio. Il diritto all’istruzione, specialmente in un contesto complesso come quello di Acri, non è solo una norma costituzionale che merita rispetto e salvaguardia, ma ancor più è un fondamentale pilastro diquella coesione sociale, che a queste latitudini è a forte rischio di compromissione, e come tale diventa disservizio che lo Stato e quindi ancor più gli enti locali, non sono nemmeno in grado di riuscire a garantire con discreta continuità. Dopotutto la scuola come è noto è spesso l'unico luogo di stimolo culturale fuori le mura domestiche e oltre gli asfittici livelli culturali cittadini nei quali i nostri giovani sono costretti a formarsi, in quel poverissimo contesto locale, che attualmente li ha resi privi - come di fatto sono - di cinema, teatri e spazi culturali pubblici, dei quali sarebbero in grado di appropriarsi, se solo si lavorasse a renderglieli disponibili e dei quali invece necessitano come l’ossigeno. Quando la scuola chiude, gli studenti tutti, specie quelli con famiglie più fragili o con meno strumenti culturali a disposizione, arretrano e restano indietro. Quel diritto all’istruzione invece la politica dovrebbe saperlo dilatare e non restringere, lavorando a renderlo veramente universale e per tutti, dato che le chiusure indiscriminate colpiscono più duramente proprio chi ha meno. Perciò se abituiamo i nostri giovani a pensare che l'istruzione possa essere interrotta per pioggia o neve ordinaria (o magari anche straordinaria) trasmettiamo loro un messaggio di rassegnazione e noncuranza, anziché di resilienza e cittadinanza attiva. Il diritto all’istruzione ad Acri non deve essere una variabile dipendente dalle condizioni del meteo, ma una costante che la politica deve impegnarsi a proteggere e difendere con ogni mezzo e strumento. Allora che la scuola torni a essere l'ultima cosa da chiudere e la prima ad essere (ri)aperta. E non ci si offenda se c’è chi come me pretende una politica che stia nella realtà, non nell’immaginifico laboratorio delle post-verità costruite ad arte per giustificare ciò che non è altrimenti né comprensibile e nemmeno giustificabile. |
PUBBLICATO 21/01/2026 | © Riproduzione Riservata

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