Processo Acheruntia. Il Comune contro se stesso: il caso Maiorano
Redazione
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Dopo quasi dieci anni, secondo fonti accreditate, prima dell’estate dovrebbe arrivare finalmente la sentenza di primo grado per alcuni imputati del processo Acheruntia. È un passaggio atteso da tempo, che ci auguriamo possa fare chiarezza per tutti i coinvolti. Ma, al di là dell’esito giudiziario, c’è un nodo politico che ad Acri non può più essere ignorato.
Nel suddetto processo il Comune si è costituito parte civile, dichiarando di aver subito un danno. Una scelta forte, rara, che solo noi di Acri in rete abbiamo avuto il coraggio di evidenziare. Tra gli imputati, però, figura Luigi Maiorano, attuale vicesindaco. Non un consigliere qualunque: il vicesindaco. È il Comune che accusa e, allo stesso tempo, il Comune che governa con uno degli imputati. Un paradosso istituzionale che sfiora l’assurdo e che nessun richiamo — sacrosanto — alla presunzione di innocenza può cancellare sul piano politico. Qui non si sta celebrando un processo mediatico. Qui si denuncia un’incoerenza evidente. Perché la costituzione di parte civile non è un atto burocratico, ma una scelta politica precisa: significa affermare che l’ente è parte lesa. E allora la domanda diventa inevitabile, persino brutale nella sua semplicità: parte lesa da chi? Il Comune di Acri chiede giustizia in tribunale e, contemporaneamente, continua a essere amministrato da chi quella giustizia è chiamato a difendersela. Un corto circuito che svuota di significato sia l’azione giudiziaria dell’ente sia la credibilità dell’amministrazione. Si dirà: la legge lo consente. Vero. Ma la politica non dovrebbe mai ridursi al minimo indispensabile. La politica è responsabilità, opportunità, senso delle istituzioni. E qui tutto questo è stato sacrificato sull’altare della convenienza e del silenzio. Un passo indietro temporaneo non sarebbe stato una resa né un’ammissione di colpa. Sarebbe stato un gesto di rispetto verso il Comune, verso l’aula di tribunale e soprattutto verso i cittadini. Non farlo è una scelta precisa: fingere che il problema non esista, sperando che passi inosservato. Ma il problema esiste, eccome. Ed è tutto politico. Perché mentre il processo seguirà il suo corso, la ferita alla credibilità delle istituzioni resterà aperta. E il messaggio che arriva alla città è devastante: anche quando il Comune si dichiara parte lesa, nessuno sente il dovere di tutelarlo fino in fondo. Ad Acri oggi il Comune è parte civile in tribunale, ma prigioniero di una contraddizione in giunta. E questo, comunque vada a finire il processo, è già una sconfitta della politica. La città merita istituzioni che non abbiano paura di guardarsi allo specchio. Merita amministratori che sappiano distinguere il piano giudiziario da quello politico, senza confondere la presunzione di innocenza con l’opportunità di governo. Merita scelte chiare, non equilibrismi che logorano la credibilità di tutti. Perché la fiducia non si difende con i comunicati e con i like, ma con i gesti. E quando i gesti mancano, resta solo un vuoto che nessuna sentenza potrà colmare. Un tempo qualcuno ci scrisse in maniera sferzante che le sentenze si rispettano; oggi, con la stessa fermezza ma senza arroganza, aggiungiamo che le colpe non svaniscono nel silenzio e, prima o poi, presentano sempre il conto… |
PUBBLICATO 11/02/2026 | © Riproduzione Riservata

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