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Acri e il rischio della narrazione semplificata: quando il dibattito pubblico si riduce a tifo

Foto © Acri In Rete
Michele Ferraro
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Negli ultimi anni il quotidiano politico e sociale di Acri sembra essersi irrigidito dentro due linee parallele e contrapposte: consenso e dissenso, entrambi sempre più schiacciati su una dimensione strumentale, più utile a rafforzare schieramenti che a comprendere la realtà. Acri sta vivendo dentro una narrazione semplificata, quasi binaria. Una narrazione che non descrive: addomestica.
Una città  che sembra essere costretta a scegliere sempre tra due poli opposti: pro o contro, amico o nemico, legalità o illegalità, progressisti o conservatori. Una città che si osserva sempre meno e si giudica sempre più.
Che discute poco e urla molto. Che si divide in blocchi contrapposti perché è più facile così: non serve pensare, basta schierarsi.
Una semplificazione che rassicura, certo, ma che allo stesso tempo impoverisce. Perché ridurre la realtà a blocchi contrapposti significa rinunciare alla capacità più preziosa di una comunità: analizzare, comprendere, immaginare. Questa semplificazione non è un incidente. E’ diventata un metodo. E come ogni metodo, produce effetti: perdita di lucidità collettiva, impoverimento del dibattito pubblico, deresponsabilizzazione morale. In questo clima, la legalità è stata trasformata in un feticcio.
Non un valore, ma un paravento. Una parola magica che serve a chi governa per evitare il merito delle questioni e a chi critica per sentirsi dalla parte giusta senza approfondire nulla. Usata così, la legalità diventa un alibi: per non spiegare decisioni amministrative opache; per non assumersi responsabilità politiche; per delegittimare chi pone domande; per ridurre ogni problema a un tribunale morale dove si assolve o si condanna, senza mai analizzare.
Ma una comunità che usa la legalità come scudo smette di interrogarsi sulla giustizia, che è un concetto più scomodo, più complesso, più politico. Acri ogni mattina si sveglia con lo stesso rumore: quello delle opinioni che si scontrano senza toccarsi davvero. E’ un brusio continuo, un ronzio di fondo che riempie bar, social, corridoi istituzionali.
Una città che parla tanto, ma ascolta poco. Che giudica in fretta, ma capisce lentamente. E’ come se Acri avesse imparato a raccontarsi per blocchi: noi e loro, giusti e sbagliati, legalità e illegalità.
Una narrazione comoda, certo. Ma ogni comodità, alla lunga, diventa una gabbia. Acri ha imparato a raccontarsi per scorciatoie, per contrasti netti, per poli che non dialogano.
La legalità ad Acri è diventata un mantello che copre più che proteggere. Un oggetto di scena che si indossa per apparire irreprensibili, per evitare domande, per chiudere discorsi prima che iniziano davvero. E’ un alibi elegante, una parola che mette ordine dove l’ordine non c’è, che rassicura dove servirebbe l’inquietudine.
In un mondo dove tutto corre, dove tutto si misura, dove tutto si scambia, la moralità appare come una moneta fuori corso. Un lusso per chi può permettersi di perdere tempo, di perdere opportunità, di perdere favori. Così, giorno dopo giorno, Acri impara a convivere con un codice non scritto: non ciò che è giusto, ma ciò che conviene.
E la convenienza, si sa, ha mani veloci e memoria corta. Questo produce un effetto devastante: normalizza la furbizia, premia l’opportunismo, legittima la mediocrità. La semplificazione non è neutra: erode la capacità di pensare.
Il risultato: discussioni pubbliche ridotte a tifoserie; cittadini trasformati in spettatori; amministratori che comunicano per slogan; opposizioni che reagiscono invece di proporre; un futuro che nessuno prova più ad immaginare.
Acri ha bisogno di un’altra postura: meno tifoserie, più responsabilità.
Meno narrazioni preconfezionate, più trasparenza,  più capacità di leggere la complessità. Perché una comunità che non allena il pensiero critico finisce di accettare come inevitabile ciò che inevitabile non  è: la frammentazione, la sfiducia, l’idea che nulla possa cambiare.
Eppure, proprio nei territori come il nostro, la qualità del dibattito pubblico fa la differenza. Non per eleggere un “vincitore”, ma per costruire un percorso condiviso. Non per difendere un’amministrazione o attaccarla, ma per pretendere che la politica torni ad essere servizio, visione, responsabilità. Acri non è una vittima della semplificazione. Ne è complice. La sceglie ogni giorno. La difende. Perché la complessità fa paura, la responsabilità pesa, la trasparenza brucia. Ma una città che vive di alibi è una città che rinuncia a crescere. Una città che si accontenta di sopravvivere.
Una città che preferisce la quiete della mediocrità al rischio della verità.
Acri può continuare così, certo. Può continuare a raccontarsi storie, a indossare maschere, a  usare la legalità come scudo e la moralità come scarto. Può continuare a punire chi pensa e premiare chi tace.
Oppure può decidere di guardarsi davvero. E scoprire che la ferita che teme di vedere è l’unico punto da cui ricominciare.

PUBBLICATO 06/03/2026 | © Riproduzione Riservata



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