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La cultura non è un piatto pronto

Foto © Acri In Rete
Giuseppe Donato
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Ho avuto pezzi su altre testate, ne scrivo per Acrinrete, ne ho scritto per Iacchite’ (a proposito si scrive con l’apostrofo finale e non con l’accento perché è un troncamento di una bestemmia più lunga, tipica dello slang urbano cosentino, non ripetibile), li scrivo per me all’interno di quattro blog che rappresentano il mio diario personale, scrivo appunti su pezzi di carta, parlo, incontro persone, accendo pensieri, illumino riflessioni, insomma sono vivo e attraverso di corsa la quotidianità del mio essere a volte strano, senza dubbio unico.
Quando entriamo in una galleria d’arte spesso ci troviamo difronte a pezzi unici, irripetibili, figli di un momento artistico che non ha modo di ripresentarsi, vissuto in maniera prepotente dagli artisti, raggiunti prima dalla fame e non dalla fama, dalle difficoltà a ottenere il gradimento sperato.
Prendiamo a esempio Caravaggio al secolo Michelangelo Merisi, cultore dei chiaroscuri, scacciato dai templi come pittore maledetto dopo aver goduto delle protezioni ecclesiastiche più alte. Un uomo prima di essere un pittore, con i suoi pregi e altrettanti difetti. Uno che riusciva a portare la luce dove serviva (senza essere stipendiato dall’Enel!), permettendo alle tenebre di avvolgere ciò che non doveva risaltare, volontariamente, scegliendo i soggetti da illuminare, introducendo nell’opera quella teatralità estranea al manierismo, con il risultato di elevare ai massimi livelli la drammaticità del realismo, senza compromessi: vedo e riporto su tela.
Le stesse caratteristiche che ho ritrovato nell’intervento puntuale e accorato di Michele Ferraro, artista a tutto tondo, poco incline a nascondere la testa sotto la sabbia del conformismo.
Quel conformismo che ritiene di dover racchiudere tutto in un’accattivante confezione, da rifilare a ignari consumatori, per la serie vedi Acri e poi puoi anche morire. I concerti venduti per eventi sold out a prescindere, le stramberie di fine anno pagate a peso d’oro per ottenere la stessa visibilità dei fuochi d’artificio, la cultura impacchettata da presentare solo nei fine settimana e nei raffinati spazi numerati a beneficio di pochi partecipanti.
Acri non può permettersi il lusso di vivere negli spazi fra un’elezione e l’altra, non può affidare l’organizzazione di eventi alle associazioni che vivono la convivialità come dopolavoro ferroviario, non può sperare di lasciare accesi i riflettori di un’estate che mette insieme sagre e festicciole varie a fare da contorno alla settimana di Ferragosto.
E soprattutto Acri non ha bisogno dei venditori di fumo che portano acqua al proprio mulino, disseminando sul territorio archeologia urbana sotto forma di arte astratta e piena zeppa di illusorie soluzioni preconizzanti attrattività all season come fossero pneumatici da montare alla macchina della propaganda.
Il territorio va curato giorno per giorno. Non va battuto soltanto nelle varie tornate elettorali. Abbiamo bisogno di chi crede veramente nelle potenzialità di questa città che viene prosciugata o allargata ogni qualvolta ci si deve misurare con un bando acchiappa contributi: oggi borgo, domani metropoli, dopodomani chissà.
Abbiamo bisogno di idee brillanti per attirare e fidelizzare visitatori, che domani potrebbero decidere di investire in un territorio che deve liberarsi dalle catene dello stereotipato piatto di fusilli, dalle dagane e ciciari a denominazione comunale.
Sburocratizzare l’attrattività, recidendo i legami con il contributo pubblico, abbandonando le sanguisughe del consenso, i parassiti della programmazione, attivando percorsi da attraversare subito, oggi, non soltanto per Ferragosto e Natale.
Mettiamo in condizione gruppi di persone disposte a trascorrere del tempo, la vera moneta, dietro ai progetti che nessuno vuole intraprendere perché affascinati dal mantra del problema difficilmente superabile dalla soluzione.
Brandizziamo qualcosa che possa lasciare il segno nel visitatore occasionale: la torre di Padia, la basilica di Sant’Angelo d’Acri, un oggetto legato alla cultura contadina. Diamo la possibilità a cooperative di giovani e non più giovani di accompagnare lungo sentieri poco conosciuti le comitive che vorranno visitare la cittadina presilana anche per un solo giorno. Organizziamogli intorno una rete di servizi che comprenda trasporti, accoglienza, ristorazione ed eventuali pernottamenti. Tracciamo la rotta per nuove occasioni di lavoro inserendo visite guidate ai quartieri più rappresentativi del centro storico, alle case natali dei personaggi acresi illustri, al Castello di Corigliano, al Museo Maca, a ciò che resta di antichi mestieri opportunamente collocati in una determinata e caratteristica zona. Attiviamo collaborazioni con la rete di servizi che opera nel territorio: Centrale idroelettrica, Diga sul Lago Cecita, Calabria Verde, Parco Nazionale della Sila.
Passiamo dall’io al noi, liberandoci dall’invidia sociale che pervade quanti non hanno più il coraggio di guardare al di là dei Cancelluzzi e quando lo fanno riescono soltanto a trascinarsi dietro le brutture rifiutate da altri o largamente superate, come le pellicole che viaggiavano in bici da una località all’altra in una meravigliosa scena del capolavoro cinematografico “Nuovo Cinema Paradiso”.

PUBBLICATO 07/03/2026 | © Riproduzione Riservata



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