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Verso le comunali. Palazzo Gencarelli ha bisogno di competenze ed etica

Foto © Acri In Rete
Gianluca Garotto
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Acri non è soltanto un luogo: è una promessa sospesa tra ciò che è stato e ciò che potrebbe ancora essere. È fatta di pietre antiche che trattengono il calore del sole e di silenzi che raccontano partenze, ma anche di occhi che hanno scelto di restare. E restare, oggi, è un atto rivoluzionario.
Nella primavera del 2027 Acri sarà chiamata a scegliere il suo prossimo sindaco. Non sarà una semplice elezione amministrativa: sarà un passaggio simbolico, quasi esistenziale.
Perché questa città, come tante del Sud, non ha bisogno soltanto di essere governata. Ha bisogno di essere capita, custodita, e infine rilanciata con coraggio.
Cosa serve davvero ad Acri?
Serve innanzitutto una visione. Non una lista di promesse, ma un progetto che tenga insieme memoria e futuro. Troppe volte si è parlato di sviluppo come se significasse cancellare ciò che siamo stati.
E invece Acri ha bisogno esattamente del contrario: di qualcuno che sappia trasformare la sua identità in forza, che veda nelle tradizioni non un limite ma una risorsa viva, capace di generare lavoro, cultura, turismo consapevole.
Serve poi ascolto. Quello vero, lento, fatto di incontri nelle piazze e nelle contrade, nelle scuole e nei bar.
Acri non è solo il suo centro storico, ma anche le sue periferie, le sue campagne, le sue frazioni. Chi governerà dovrà saper tenere insieme tutte queste anime, senza lasciare indietro nessuno.
E serve, soprattutto, un patto con chi ha scelto la “restanza”.
La restanza - quella parola intensa e luminosa che racconta la decisione di rimanere quando tutto sembra spingerti via - non è immobilità. È una forma di resistenza attiva, un atto d’amore verso la propria terra.
Chi resta non lo fa perché non può partire, ma perché decide di investire qui la propria vita, le proprie competenze, i propri sogni.
A queste persone Acri deve molto più di quanto abbia dato finora.
Il prossimo sindaco dovrà riconoscerle, sostenerle, moltiplicarle. Dovrà creare le condizioni perché restare non sia una rinuncia, ma una scelta dignitosa e fertile. Significa lavoro, certo. Ma anche servizi, connessioni, spazi culturali, opportunità per i giovani, attenzione per chi vuole fare impresa senza dover scappare altrove.
Significa anche avere il coraggio di dire dei no: no all’abbandono, no alla rassegnazione, no alla politica del piccolo favore che non costruisce futuro.
Acri ha bisogno di una guida che non abbia paura di immaginare una città diversa: più giusta, più viva, più aperta. Una città che non chieda ai suoi figli di partire per realizzarsi, ma che sia essa stessa il luogo in cui sia possibile farlo.
Le prospettive esistono, ma non si costruiscono da sole. Richiedono visione politica, competenza amministrativa e una profonda etica pubblica che sembra essersi smarrita.
Richiedono qualcuno che senta il peso e l’onore di rappresentare una comunità che non vuole più sopravvivere, ma tornare a vivere pienamente.
La speranza, però, non è qualcosa che si delega.
È già nelle mani di chi ogni giorno apre un negozio, coltiva un campo, insegna in una scuola, organizza un evento, sceglie di restare. È già nei gesti silenziosi di chi crede che Acri non sia una parentesi, ma una possibilità.
Il prossimo sindaco dovrà essere all’altezza di questa speranza.
Perché Acri non chiede miracoli. Chiede rispetto, visione e coraggio.
E, forse più di tutto, chiede qualcuno che sappia dire - e dimostrare - che restare, qui, ha ancora senso.

PUBBLICATO 11/04/2026 | © Riproduzione Riservata



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