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Oltre i notabili: la fine di un'epoca e il risveglio di Acri

Foto © Acri In Rete
Francesco Pellicorio
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In politica, la forma è sostanza. Ad Acri, però, la sostanza sembra essersi persa tra i corridoi di una gestione che si accontenta dell'ordinario, mentre il mondo fuori corre a una velocità diversa.
Osservo il dibattito cittadino con la consapevolezza di chi sa che il tempo smaschera sempre la mancanza di visione. Siamo alla fine di un ciclo. Dopo anni di una gestione amministrativa spesso timida, vediamo oggi un attivismo improvviso; ma la politica non può essere una reazione dell'ultimo minuto. 
C’è una realtà che va affrontata: la nostra classe dirigente fatica a incidere oltre i confini comunali. Superato il bivio di Luzzi, il peso contrattuale di Acri svanisce.
Si vantano di "contatti" e millantano un’influenza che la Realpolitik smentisce ogni giorno con i fatti. Se Acri è diventata l'ultima ruota del carro nei tavoli regionali, è perché chi detiene il timone non possiede alcun peso contrattuale. Sono considerati poco più che portatori d’acqua: utili per rimpinguare i consensi altrui, ma del tutto trascurabili quando si decide la ripartizione strategica delle risorse. L’aggravante risiede nella durata di questo deserto decisionale. Osserviamo chi occupa gli scranni del governo cittadino da una decade intera, spesa tra passerelle e silenzi, dove il bilancio dei risultati concreti è desolatamente fermo allo zero.
Dieci anni di "chiacchiere d’aula" che hanno trasformato il ruolo di amministratore in una rendita di posizione personale proficua economicamente ma alquanto sterile per la comunità.
Questo fallimento si riflette sulla carne viva della città. Mentre altrove si progetta lo sviluppo attraverso un’ingegneria amministrativa complessa, qui si continua a gestire il declino distribuendo croste di pane e spacciandole per banchetti.
Si promette il "posticino", si accelera la "pratichina", si vende come un favore personale ciò che per legge sarebbe un diritto sacrosanto. È un clientelismo d'accatto che condanna Acri all'irrilevanza. Siamo diventati spettatori di decisioni prese altrove, limitandoci a gestire ciò che resta invece di pretendere ciò che ci spetta. Il limite sta nella durata di questo immobilismo.
Dieci anni di presenza in Consiglio dovrebbero produrre una visione strategica, non solo una presenza d'aula. In questo decennio, purtroppo, anche l’opposizione ha faticato a rappresentare una vera alternativa, scivolando in un silenzio che ha finito per avallare lo stato delle cose. Salvo rare eccezioni di chi ha provato con coerenza a portare competenza e proposte concrete, il bilancio collettivo resta insufficiente. La città soffre questa assenza di prospettiva.
Mentre altri territori progettano il futuro, qui si risponde ancora con logiche di piccolo cabotaggio, spacciando per successi quelli che sono minimi atti dovuti. È una politica che non parla ai giovani e che non offre soluzioni ai problemi delle frazioni, usate troppo spesso come bacini elettorali e dimenticate il giorno dopo le urne.
Svecchiare Acri non è una questione anagrafica, ma di metodo.
Abbiamo bisogno di sostituire il vecchio schema delle "amicizie" con quello della competenza. Non cerco mediazioni sulla stasi attuale, né mi interessa un posto in un sistema che ha mostrato i suoi limiti.
La stagione dei semplici mediatori di voti è al tramonto.
Il potere senza visione è solo una poltrona occupata. Il sipario su questo modo di fare politica sta calando: è tempo di fare spazio alla competenza e alla visione, prima che il futuro diventi l'ennesima occasione sprecata.

PUBBLICATO 18/04/2026 | © Riproduzione Riservata



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