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Il ''si stava meglio'' non è nostalgia, è un atto di accusa

Foto © Acri In Rete
Giuseppe Ferraro
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Spesso, camminando per le nostre strade o seduti ai tavoli di un bar, sentiamo ripetere come un mantra: "Una volta ad Acri si stava meglio". I cinici la chiamano nostalgia, i rassegnati la chiamano malinconia. Ma se guardiamo bene negli occhi chi lo dice, capiamo che quella frase non è un rimpianto per la gioventù passata: è un atto di accusa verso il presente, ma anche una scintilla di speranza per ciò che potremmo tornare a essere.
Negli ultimi vent’anni, la nostra comunità è stata spinta verso l’idea che il progresso coincidesse con la politica dell’annuncio, con i post sui social e con una comunicazione istituzionale trasformata in spettacolo permanente. Ci hanno convinti che dovevamo accontentarci di "apparire", mentre la sostanza del nostro vivere comune si sgretolava nel silenzio.
Quando diciamo che si stava meglio, intendiamo dire che esisteva un senso del dovere che oggi appare smarrito. La gestione della cosa pubblica non era una rincorsa alla visibilità, ma l’impegno silenzioso di "occuparsi" dei problemi. C’era una luce diversa negli occhi della gente, la luce di chi si sentiva parte di un progetto e non semplice spettatore di un declino amministrato.
La decadenza non è fatta solo di buche nell'asfalto. La vera perdita di questi due decenni è stata la cura dei legami e del rispetto. Una volta c’era attenzione per l’ascolto reale, per la sacralità della parola data e per un’umiltà che oggi sembra merce rara. Si stava meglio perché c’era un progetto di città che metteva al centro l'uomo, non il consenso immediato.
Riconoscere questo non significa voler tornare indietro, ma pretendere che quella qualità della vita torni a splendere nel nostro futuro. Acri non è un museo da restaurare, ma un corpo vivo che ha bisogno di aria nuova e di persone che abbiano lo stesso spirito di servizio di un tempo, unito alle competenze di oggi.
Dobbiamo avere il coraggio di rifiutare la mediocrità e il rumore. Il mio auspicio è che i cittadini di Acri trovino la forza di farsi avanti in prima persona e di occuparsi del bene comune, rompendo finalmente l'abitudine di delegare il proprio destino ai professionisti della politica. Il benessere di una comunità non è un regalo del potente di turno, ma il frutto di una dignità riconquistata da chi non aspetta ordini dall'alto.
Il mio augurio più sincero è che i cittadini sappiano guardare oltre la superficie e, al momento opportuno, sappiano scegliere con la propria testa, senza farsi abbagliare da quell'arroganza che spesso si traveste da sicurezza. Sogno un Consiglio Comunale popolato da chi conosce ogni pietra di questa terra, persone piene di voglia di occuparsi della comunità con dedizione silenziosa, lasciando l'ossessione dell'apparire a chi non ha nient'altro da offrire.
Acri merita di tornare a splendere, con la dignità di chi non deve ringraziare nessuno per ciò che le spetta di diritto. La luce di una nuova alba non nasce dalle promesse gridate, ma dalla forza di una cittadinanza che decide di tornare protagonista.

PUBBLICATO 18/05/2026 | © Riproduzione Riservata



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