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Il coraggio del dubbio: perché Acri ha bisogno di tornare a discutere

Foto © Acri In Rete
Giuseppe Ferraro
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Sento ripetere troppo spesso un ritornello che nasconde un'arroganza fastidiosa e una saccenteria indisponente: «Se vuoi criticare o occuparti di politica, candidati e fatti eleggere; altrimenti non hai il diritto di parlare». Oppure, con lo stesso livore: «Ti sei misurato e non hai preso voti, quindi stai zitto». Questa retorica spocchiosa, che ha dominato la vita pubblica di Acri negli ultimi anni, nasconde un’idea pericolosa: che il consenso elettorale si traduca in una sorta di infallibilità e in un diritto di censura. Abbiamo assistito per troppo tempo a una politica monolitica, incapace di confrontarsi, che considera ogni suggerimento come un affronto e ogni voce fuori dal coro come un nemico da silenziare. Eppure, i limiti e i fallimenti di questa presunta infallibilità sono drammaticamente sotto gli occhi di tutti. La mia non è una polemica distruttiva, ma il riflesso di un legame profondo e viscerale con la mia terra. Se scelgo di esercitare il pensiero critico, lo faccio perchè mi rifiuto di rassegnarmi a un declino silenzioso. Le mie critiche nascono da un unico intento: fare meglio, alzare l'asticella della nostra dignità collettiva e dimostrare che Acri ha ancora l'energia interna per riscattarsi. Nessuno di noi ha la bacchetta magica per risolvere sfide epocali. È innegabile che ci siano dinamiche sovracomunali pesantissime che colpiscono il nostro territorio e che, in parte, offrono un parziale alibi a chi amministra: penso alla morte della sanità, sia territoriale che ospedaliera, che ci priva del diritto fondamentale alla cura; penso al dramma del dimensionamento scolastico, che impoverisce il futuro dei nostri ragazzi sacrificando le nostre scuole sull'altare dei numeri; e penso all'aumento insostenibile dei tributi locali, che grava come un macigno sulle tasche di famiglie e imprese già in difficoltà, a fronte di servizi spesso carenti e di una manutenzione urbana e rurale ormai insufficienza. Le problematiche che affliggono Acri sono tante, complesse e spesso figlie di scelte che vengono dall'alto. L’errore imperdonabile, però, è stato quello di affrontare questa tempesta chiudendosi nelle stanze del potere, convinti di bastare a se stessi. Se le risorse diminuiscono e i problemi aumentano, l'unica salvezza è fare squadra con il paese, non isolarsi. Quando un’amministrazione smette di mettersi in discussione, smette di respirare. Si crea un'aria viziata, dove l’allineamento fedele al cerchio magico conta più del valore delle idee. In questa paralisi, i primi a tagliare la corda sono i giovani: non fuggono solo per cercare un lavoro, ma per scappare da un sistema asfissiante in cui il talento viene ignorato e tutto sembra dipendere dal filtro del «conoscere qualcuno». Ed è proprio alle nuove generazioni di Acri che mi rivolgo con la massima franchezza. Non dovete chiedere il permesso a nessuno: pretendete il vostro spazio politico, senza arretrare di un millimetro. Sappiate che i vecchi arnesi della politica locale proveranno a isolarvi, a spegnere il vostro entusiasmo e a strumentalizzarvi, usandovi come mero specchietto per le allodole in campagna elettorale per poi metering cinicamente alla porta una volta spartite le poltrone. Non permettete che accada di nuovo. Non fatevi usare. La vostra freschezza è l'unico motore capace di innescare una vera rivoluzione culturale, riaprendo le porte del Comune alla partecipazione reale. Per fare questo, però, deve finire una volta per tutte la logica distruttiva degli schieramenti contrapposti e quella mentalità da tifoseria che avvelena ogni dibattito. Se vogliamo davvero far crescere la nostra città, tutte le persone devono avere le stesse identiche opportunità, senza favoritismi. Bisogna restituire a ognuno la libertà e la serenità di esprimere un giudizio sull'operato di chi amministra, senza il timore di penalizzazioni personali o del fango mediatico che troppo spesso si scatena sui social. Una comunità democratica cresce sulla libertà del pensiero, non sulla cultura del silenzio o della punizione politica. Questo cambio di passo deve partire da chiunque decida di proporsi, nella primavera del 2027, per guidare il paese. Chi si candida a governare non può presentarsi con ricette pronte o certezze incrollabili: ha il dovere di aprire un dibattito autentico, offrendo una visione chiara e partecipata per il prossimo quinquenio. Mostrarsi infallibili mentre il paese perde pezzi non è una prova di forza, è solo presunzione. Saper ascoltare e mettersi in discussione è, invece, il primo segno di maturità. La politica non può essere un ordine calato dall'alto, ma deve tornare a essere un cantiere aperto, dove ogni cittadino si senta libero di dare il proprio contributo senza dover chiedere il permesso a nessun padrone. Dobbiamo passare una volta per tutte dall’«Io» al «Noi». Solo se avremo il coraggio di ammettere che nessuno ha tutte le risposte, potremo ricominciare a costruirle insieme. Abbiamo bisogno di un’amministrazione che non si proclami custode della verità, ma che si metta al servizio del bene comune, accogliendo il dissenso come un'opportunità per non sbagliare. Ci vuole un sindaco che ascolti, umile, riflessivo e profondamente rispettoso delle persone che non la pensano come lui; una figura che, senza retorica, sappia essere davvero il sindaco di tutti. È tempo di archiviare per sempre la stagione dei viceré e della politica marchese del grillo, quella del "io sono io e voi non siete un...". Acri non ha bisogno di comandanti supremi, ma di persone capaci di camminare a fianco dei cittadini. L'obiettivo deve essere uno solo e non negoziabile: restituire a questa terra la dignità di un luogo in cui restare sia un diritto, e mai più un favore concesso a pochi. Giuseppe Ferraro

PUBBLICATO 05/06/2026 | © Riproduzione Riservata



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