Morti senza tomba
EffeEffe S.
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Ho pensato molto ad un titolo per questa riflessione, e alla fine ho scelto "Morti senza tomba". Lungi da me scomodare Sartre, qui non ci sono guerre né torture, c'è solo una comunità che non sa dove mettere i propri morti. E il guaio è che, purtroppo, il titolo ci sta lo stesso.
Quando qualcuno muore, una comunità si vede per come lo saluta. Ad Acri, quel momento è diventato un problema da risolvere in fretta, tra telefonate, attese e promesse. Mancano loculi. Non è una notizia di oggi, e questo è il punto grave. La storia si ripete da anni, sempre uguale: si arriva con l'acqua alla gola, si cerca una soluzione tampone, si rimanda il resto. Poi tutto torna nel silenzio, fino alla prossima emergenza. Chi ci è passato sa cosa significa. Una famiglia distrutta dal lutto, e nello stesso giorno costretta a occuparsi di burocrazia, disponibilità, alternative provvisorie. Cose che nessuno dovrebbe affrontare mentre ancora cerca le parole per dire che una persona non c'è più. Ma sarebbe un errore pensare che sia una questione che riguarda solo chi piange un caro. Riguarda tutti, perché prima o poi tocca a tutti: a chi oggi è giovane e non ci pensa, a chi è in salute e crede di avere tempo, a chi ha ancora i genitori accanto. Non esiste famiglia che possa dirsi al riparo. Per questo non può essere un tema da affrontare solo quando bussa il lutto: è un problema di ogni cittadino, che dovrebbe pretendere risposte prima di averne bisogno. Eppure morire non è un imprevisto. È l'unica, tragica certezza che abbiamo, e per questo è l'unica cosa che una comunità seria dovrebbe saper programmare, con un po' di lungimiranza. Il problema, allora, non è la mancanza di spazio. È la mancanza di visione. Si governa guardando al giorno dopo, mai al decennio dopo, e così anche ciò che è inevitabile diventa un'emergenza. Si inaugurano opere che si vedono, si rimandano quelle che nessuno vuole vedere, perché parlare di morte non porta consenso. Ma il modo in cui una città tratta i suoi morti dice tutto di come tratta i suoi vivi. Chi perde una persona cara dovrebbe pensare solo a piangerla. Non dovrebbe scoprire, nel momento più fragile, che per lei non c'è un posto. Non dovrebbe sentirsi dire di aspettare, di vedere, di tornare tra qualche giorno. Il rispetto per i morti è il rispetto per i vivi che restano. Smettiamo di fingere sorpresa. Una città che non sa dove accogliere i suoi morti è una città che ha smesso di guardare avanti. |
PUBBLICATO 22/10/2026 | © Riproduzione Riservata

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