OPINIONE Letto 2860  |    Stampa articolo

Auguri ITALIA.

Leonardo Marra
Foto © Acri In Rete
Bella mattinata quella di ieri. Ho partecipato alla celebrazione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, immedesimandomi in uno qualunque di quei pargoli che affollavano la piazza e mi sono ritrovato in lui fra qualche anno. Probabilmente, riportandola ai suoi figli (che non si sa se parteciperanno al 200° anniversario) il suo ricordo potrebbe essere questo: “Ricordo tanti anni fa. Era il 17 marzo del 2011, una mattina di sole, a dispetto delle precedenti giornate di pioggia e freddo. Gli insegnanti ci avevano preparato da giorni e tutti noi fremevamo all’idea di partecipare a quell’evento memorabile: la celebrazione dei 150 anni dell’ Unità d’Italia. Da giorni ci avevano parlato di Mazzini, Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele II e nel nostro immaginario di piccoli rappresentanti di un popolo fiero della sua storia, avevamo a lungo romanzato, con la fantasia, sulle circostanze che avevano portato uomini, forse dissimili nei metodi, ma risoluti nell’idea di perseguire uno scopo comune, a percorrere la strada che sarebbe sfociata nella nascita di una Nazione: l’Italia, già unita nelle idee, ma di fatto divisa dall’egemonia di potenze straniere. Ricordo con particolare emozione quella mattina di marzo, avevo otto anni e la percezione di stare assistendo ad un evento importante. In realtà, lo vissi più come un giorno di festa, non completamente consapevole di cosa potesse rappresentare quello spiegamento di personalità cittadine e del risalto che radio e televisioni nazionali avevano dato all’evento. Solo col trascorrere degli anni mi resi conto di cosa in realtà avessero rappresentato quegli ultimi 150 della storia d’Italia; delle profonde trasformazioni che si erano succedute nel corso dei decenni e di come il nostro popolo avesse attraversato periodi di sofferenza, in cui la follia di pochi aveva sparso il sangue dei nostri padri per tutta l’Europa ed anche oltre. Ma questa è un’altra storia (forse).
Quella mattina di marzo, ancora incosciente di quello che il futuro ci avrebbe riservato, stringevo la mano del mio compagno sulla destra e di quello a sinistra, sfilando per le vie del paese fino ad arrivare nella piazza principale. Qualcuno parlava da un microfono, la banda suonava l’Inno di Mameli, gli insegnanti cercavano di farsi largo tra la folla radunata in modo da farci arrivare sotto al palco, allestito per l’occasione, e renderci così partecipi in maniera più diretta di un evento pressoché irripetibile. Ah, quegli insegnanti, quanto lavoro, e che strano sentire ignorati, dai ringraziamenti ufficiali, proprio coloro i quali, silenziosamente e con pazienza, ci avevano preparati all’evento!
Comunque, dopo qualche tentativo desistettero e noi, ci ritrovammo imprigionati fra mura di adulti “giganti” che ci impedivano qualsiasi visuale. Ma non mi importava, in fondo era un giorno di festa, c’era mio padre, con quel piccolo apparecchio fotografico digitale, che si sbracciava come un matto per cercare di immortalare tutti noi in quelle foto che poi avrebbero finito per rimanere nell’hard disk del suo computer o, nel migliore dei casi, su un DVD che qualcuno avrebbe rivisto, forse, un cinquant’anni dopo. E le bandiere, decine, al vento; piccole mani che agitavano l’emblema di una nazione orgogliosa delle sue radici, ma che rischiava di veder scomparire la sua storia centenaria nel breve spazio di qualche lustro.
Il tricolore, che avevo visto sventolare in occasione dei mondiali di calcio, quel giorno assumeva un significato diverso, commovente, che per certi aspetti anche io, piccolo di otto anni, ero riuscito ad afferrare. Alla fine l’Inno di Mameli fu ripetuto e tutti insieme intonammo le parole scritte più di un secolo e mezzo prima da quel ragazzo genovese di 20 anni: Goffredo Mameli, per l’appunto.

Ahinoi, se solo gli eroi risorgimentali avessero potuto immaginare chi avrebbe governato quell’Italia che vollero unita e libera a prezzo del loro stesso sangue!

PUBBLICATO 19/03/2011

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