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La casa di Abou Diabo compie dodici anni

Foto © Acri In Rete
Casa di Abou Diabo
Il 16 aprile 2008 nasceva ad Acri la Comunità alloggio per Minori stranieri non accompagnati “La casa di Abou Diabo”, la prima in Calabria per la seconda accoglienza di ragazzi migranti, tra i quattordici e i diciotto anni, senza parenti e genitori sul suolo italiano.
Dodici anni fa la struttura si chiamava “Il rifugio di Isaac” e cambiò nome nel 2010 in seguito alla tragica morte per incidente stradale di Abou Diabo, ragazzo fino a poco tempo prima accolto in essa e rimasto sul territorio con il suo inserimento lavorativo.
Abou, originario del Burkina Faso, era molto amato ad Acri e dagli acresi, tanto da veder espressa, in città, una ampia solidarietà nella raccolta fondi per far, almeno, rientrare la salma nel suo paese di origine e alla sua famiglia, visti i costi onerosi di un’operazione del genere.
Negli anni, la struttura di accoglienza ha svolto al meglio il ruolo ed i compiti per cui ha agito e continua ad agire.
Per i circa centocinquanta beneficiari ospitati sono stati raggiunti gli scopi di far loro ottenere i permessi di soggiorno, la scolarizzazione base e l’inserimento lavorativo sul territorio e fuori.
Il presidio è diventato anche riferimento per quanti usciti avessero bisogno di consulenze ed aiuti pratici per la burocrazia da espletare specie nei rinnovi dei permessi, materia questa sempre più complessa che crea non poco spaesamento ulteriore negli stranieri.
Dodici anni sono tanti e tante le attività di inclusione sociale e conoscenza delle migrazioni.
Dai tornei di calcio alle intese con le scuole per collaborazione a progetti inclusivi tra coetanei del luogo ed ospiti della struttura, dalle attività interne di pittura, teatro, murales e bricolage svolte con professionisti ed associazioni, alle gite culturali e scampagnate di conoscenza del territorio.
“La casa di Abou Diabo” ha certamente collocato Acri in un contesto globale di accadimenti storici come i flussi delle migrazioni ed il contatto, seppur non approfondito dal resto del contesto sociale, con altre culture e con il dramma di queste forme di deportazione simili a quelle che la città stessa ha vissuto e vive con l’emigrazione.
E’ riuscita a tenere i ragazzi ospiti nei ranghi della convivenza tra essi e la città, evitando quei deragliamenti che, talvolta, possono accadere o dipendere dalla marginalità sociale a cui si viene assegnati dal razzismo e dall’esclusione classista della società.
Questo significa anche che, laddove ci siano supporti, ed in questo caso la struttura di accoglienza e Acri lo sono stati e lo sono, si aiuta a far compiere i percorsi per cui questi ragazzi migrano, compiendo viaggi di migliaia di chilometri in condizioni di rischio estremo.
Dodici anni, infine, rimangono un’altra tappa di una realtà dell’accoglienza riconosciuta pure dalle università con inviti a relazionare sui migranti in convegni e seminari e spostare la formazione periodica di chi ci lavora a docenti universitari, i quali sono stati coinvolti proprio per ampliare agli operatori le conoscenze e gli approcci all’accoglienza ed ai flussi migratori con tutti gli aspetti etnici, culturali, politici e geografici che implicano.
La Casa di Abou Diabo rimane buona prassi della dimensione locale che si inserisce in quella globale senza subirla attraverso conflitti inutili e spesso dannosi che impediscono una nuova stesura sociale della realtà.







PUBBLICATO 27/04/2020





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