OPINIONE Letto 5404

Acri nel cuore...


Foto © Acri In Rete



Qualche giorno fa l’amico Vincenzo Rizzuto mi ha telefonato da Cosenza per lo scambio degli auguri per il nuovo anno, e siccome siamo entrambi di Acri, è stato quasi naturale dire qualcosa del luogo di cui parliamo la lingua.
Accennò sconfortato allo sfascio dell’Ospedale Civile di cui anch’io qualche volta ho scritto, e mi segnalò di aver mandato una sua indignazione alla testata locale “Acrinrete”.
Me la sono fatta subito mandare via email, ben sapendo quello che avrei potuto trovarvi. Che le giovani mamme acresi siano costrette a partorire in macchina o per strada può indignare chi ha conservato un briciolo di disgusto pubblico, ma non tutti. Lo stesso vale per l’obbligo di dover far nascere tutti gli acresi e le acresi a Cosenza, a Castrovillari, a Rossano, e via elencando, come se fossero dei profughi.
Davanti a tutto questo ce la si è cavata con una alzata di spalle, perché è questo il clima dell’intero Paese da almeno un quarantennio e Acri non poteva fare eccezione.
Rizzuto nella sua risentita protesta si è chiesto come sia stato possibile tanto disinteresse e tanta tolleranza in chi in quel luogo vive ed opera. Se “nell’ospedale cittadino infatti sono presenti addirittura attrezzature come Tac e Risonanza magnetica, costate un occhio alla collettività e lasciate inspiegabilmente inutilizzate” (sono parole sue), e nessuno ha mai aperto bocca, vuol dire che allo sfascio si è fatta l’abitudine. Non si vogliono chiamare per nome i responsabili per non guastarsela con chicchessia, si preferisce badare ai propri affari, chiudersi nel proprio miserabile universo familiare, fare finta che tutto vada bene. È un vizio tutto italiano questo, incarnato nell’antropologia della nazione, nel midollo individuale, fino a diventare costume collettivo. C’è un detto acrese che chiarisce in maniera molto efficace questo modo di essere e di non agire: “A rrobba comuni jettala a nnu vallunu”.
Traduco perché anche la lingua dialettale si sta liquefacendo come i reparti dell’Ospedale Civile di Acri: I beni che appartengono a tutti lasciali andare in malora. La resa espressiva non è efficace come la lingua dialettale, ma il significato è chiaro.
Per segnare una linea temporale, sono almeno quarant’anni che la socialità civile è morta in Acri.
È morta con la scomparsa delle sedi, i circoli, gli organi di stampa e i protagonisti dell’opposizione ai partiti di una stagione irripetibile.
È morta con la desertificazione giovanile della città dovuta all’emigrazione, è morta con la mancanza di un passaggio di testimone generazionale, è morta con il conformismo degli ambienti studenteschi, è morta con l’affermarsi di una cultura giovanile dello sballo, del menefreghismo, dell’assorbimento della spazzatura consumistica, del perbenismo piccolo borghese, dell’inconsapevolezza, del disamore verso i luoghi della propria appartenenza. È morta con lo spegnersi dello spirito ribelle, di ogni sussulto rivoluzionario in giovani senza passione.
Ma era morta già nelle vite “separate” di un ceto di professionisti che della città e delle sue sorti non si è mai curata.
Si è tenuto fuori, ha badato al proprio “particulare”, ha fatto combriccola, vita a sé, come nelle più squallide ed oscene consorterie.
“La stessa collettività e territorio sono stati privati di tanti altri servizi indispensabili al vivere civile: sono stati chiusi il tribunale, la guardia di finanza, gli uffici Inps, l’Agenzia delle entrate, e per ultimo anche la Biblioteca comunale, voluta e aperta negli anni Cinquanta dal senatore Francesco Spezzano”, scrive Rizzuto. Se anche una Biblioteca chiude, in un paese che bandisce due o tre premi letterari all’anno, vuol dire che non c’è più nulla da fare. Non resta che una sola umana consolazione: quella che anche i responsabili dello sfascio, come gli indifferenti, arriveranno morti a Cosenza, a Castrovillari, a Rossano, al primo infarto che li coglierà.

PUBBLICATO 05/01/2023  |  © Riproduzione Riservata




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