OPINIONE Letto 1047

Rendere visibile


Foto © Acri In Rete



È un sabato, uno dei tanti. Di quelli che albergano persino nelle allegre tonalità del jazz, quando le lancette paiono di colpo fermarsi, prima di evadere da un quadrante che non gli appartiene, che non sentono più proprio. Mi incammino per strade troppo spesso desolatamente vuote che si rianimano per brevi periodi dell’anno o accedendo al cassetto dei ricordi, come si fa con quei libricini per bambini dalle cui pagine emergono le scenografie e la giostra dei vari personaggi si desta per effetto delle dita che sfogliandole attivano le graziose animazioni, consentendo alla narrazione di prendere vita.
Lo so, qualcuno starà già pensando al solito racconto sdolcinato di un cittadino che non abita più qui e che, quindi, come gli italiani emigrati nelle Americhe in tempi lontani, spesso si sorprende che nel frattempo le città si siano evolute permettendo persino alle latrine, rigorosamente collocate all’esterno delle spartane abitazioni, di entrare a far parte del corredo domestico-residenziale assumendo le sembianze di accoglienti sale da bagno.
Non è così, perché ho la fortuna di visitare i luoghi a me cari con una cadenza che non sfiora minimamente i tempi biblici delle sorprese televisive trentennali che animavano il sabato italiano, magari quello “qualunque” messo in note da spensierati cantautori che hanno attraversato i cieli del successo come meteore in viaggio, senza biglietto di ritorno.
Biglietto che non serve per accedere allo scrigno ideato dal maestro Silvio Vigliaturo e ancora gelosamente custodito nelle sale del Palazzo Sanseverino-Falcone, malgrado gli attacchi subiti in epoche non lontane da detrattori a orologeria evidentemente intenzionati a scassinarne le fondamenta artistiche per trafugarne virtualmente i contenuti da sostituire con i dettami delle mode che sfioriscono nel breve volgere di un lustro, terminando fulminee parabole ambientalistiche miserabilmente fra la ruggine!
Nella sala delle colonne, mi fermo a vagliare attentamente le opere esposte dall’architetto e artista Giacinto Ferraro, un poco più che settantino come direbbe un noto ispettore delle fiction tv, socio fondatore e decano dell’Associazione Hortus Acri che, secondo una recensione di qualche anno fa intercettata proprio sul sito della stessa associazione, lavora e vive ad Acri con la stessa operosità delle api di una metafora ben conosciuta nel mondo dell’architettura, grazie alla citazione di un gruppo di fisici romani che già negli anni ‘70 ridicolizzava l’operato di molti architetti semplicemente confrontandolo con il progetto delle cellette in cera, idealmente strutturato nella testa delle insolite progettiste ancor prima di realizzarlo.
Attraversando la sala, l’attenzione si lascia piacevolmente rapire dal tema della raccolta esposta che richiama il concetto di rivelazione, inteso come mettere in evidenza ovvero rendere visibile ciò che, secondo la mia personalissima interpretazione del pensiero dell’artista, si tende a nascondere per pudore o perché non lo si riesce a illuminare con la giusta intensità, regalandogli le luci della ribalta per meravigliare, ridestare, sensibilizzare.
Rimango particolarmente attratto dalle figure ritratte all’interno di sale spoglie, come se si trovassero in strutture mediche in attesa di una visita, ricoverate presso istituti, alloggiate in residenze per anziani o semplicemente prigioniere nelle proprie abitazioni, nude, spogliate della dignità che le aveva contraddistinte in un passato non molto lontano.
Le posture mostrano chiaramente i segni di un disagio intimo, una costrizione dell’anima che appare come svanita dal corpo rimasto inerme, seduto, in attesa di un sollievo che tarda ad arrivare. Gli sguardi sono persi nel nulla o diretti all’osservatore che ne ha carpito i segnali riproducendoli fedelmente nel resoconto artistico destinato a stimolare i pensieri del fruitore.
Esco dalla sala soddisfatto per aver fruito di un contenuto apparentemente semplice ma efficace, il mantra per un architetto che vuole stupire concettualmente sposando bellezza e praticità, sfidando l’operosità delle api.
Prima di andar via mi fermo a conversare con le gentilissime addette all’accoglienza del MACA (Museo Arte Contemporanea Acri), con la gigantografia del Maestro Vigliaturo che pare osservarci dall’alto mentre posa davanti alla finestrella che cattura passato, presente e futuro della ridente cittadina presilana. Saluto prefigurando un gradito ritorno, mentre in un’altra sala ci si prepara alla proiezione di un interessantissimo cortometraggio, alla quale purtroppo non posso partecipare per impellenti impegni familiari.
Mi consola l’animosità che pervade questo prezioso avamposto di socializzazione e mentre riprendo il cammino a ritroso per riguadagnare il centro città, rifletto e mi domando: perché a pochi passi di distanza da questo luogo l’agorà pare invece aver lasciato decisamente e indebitamente un eccessivo spazio alla diaspora?

PUBBLICATO 01/02/2026  |  © Riproduzione Riservata




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