IL CASO Letto 206

Un gradino, mezz’ora di attesa e un diritto negato


Foto © Acri In Rete



Un gradino, mezz’ora di attesa e un diritto negato. Io fuori dalla porta. Gli altri in fila. E la legge dov’è. Ci sono discriminazioni che non fanno rumore. Discriminazioni che non si manifestano con insulti o divieti espliciti. Si consumano in silenzio, davanti alla porta di un negozio. Venerdì 6 marzo mi è capitato un episodio che, purtroppo, rappresenta la quotidianità per molte persone con disabilità. Mi sono recato presso una tabaccheria–ricevitoria di Acri dove vado di solito per pagare alcune bollette. All’ingresso del locale è presente un gradino enorme che rende impossibile l’accesso a chi utilizza una carrozzina ma anche a chi deambula con difficoltà. Non potendo entrare, come sempre mi sono fermato davanti alla porta, segnalando la mia presenza e aspettando che qualcuno del personale venisse a servirmi, come accade spesso in situazioni simili. La commessa mi ha visto. Mentre all’interno del locale c’erano due persone che stavano facendo la fila. Nel frattempo, nonostante l’ora, le 14 del pomeriggio, sono arrivate altre persone che passando davanti a me sono entrate e si sono messe in fila ed io sempre fuori e pensavo.. “fra un po’ verrà a servire anche me!….” Invece niente, sono rimasto più di 20 minuti fuori. Fuori faceva freddo e il tempo minacciava di mettersi al peggio. Io ero sul mio motorino elettrico, completamente esposto, senza alcuna protezione dalla pioggia che stava arrivando. Intanto le persone all’interno, Una dopo l’altra, venivano servite. Io sempre fuori ad aspettare. Per oltre mezz’ora. Le persone arrivate dopo di me sono state servite prima, semplicemente perché potevano entrare e mettersi in fila. Io no! Finché non c’è l’ho fatta più e dall’ingresso, fatto aprire la porta ad un cliente e gridando ho veemente manifestato la situazione tra lo stupore di tutti i presenti che mi guardavano con l’espressione tra lo stupito e la pietà che ancora di più ti offende come se ti dovessero fare un favore mentre la commessa parlando e a gesti cercava di giustificarsi che era impegnata a servire le persone e che sarebbe venuta appena poteva. Dopo questo ho rinunciato a pagare le mie b bollette e sono andato via. Ma allora mi chiedo…. Il mio turno quando doveva arrivare??? Rispetto ed educazione avrebbe richiesto che la commessa, servito le persone che erano presenti al mio arrivo, avesse lei detto ai successivi clienti “Scusate ma ora devo servire il signore in carrozzina che è alla porta e per una nostra negligenza che non siamo accessibili non può entrare!!” Ecco cosa Rispetto e educazione richiedeva ed era opportuno. Nessuno avrebbe avuto da ridire! Ecco cosa significa realmente una barriera architettonica. Non è soltanto un gradino. È l’impossibilità di accedere autonomamente. È l’impossibilità di mettersi in fila. È l’impossibilità di far valere il proprio turno. È la trasformazione di un cliente in qualcuno che deve aspettare fuori dalla porta, sperando che qualcuno si ricordi di lui. Neanche al proprio animale domestico riserviamo simili trattamenti. La legge italiana, da oltre trent’anni, afferma con chiarezza che i luoghi pubblici e aperti al pubblico devono essere accessibili. Oltre 50 anni di leggi, decreti e circolari stabiliscono l’obbligo di eliminare le barriere architettoniche; dai primi anni 70 ad oggi c’è l’elenco. Nel Pubblico in particolare se ne parla nella 46 del 1986 a proposito dei PEBA, poi l’art. 24 della 104/92 che è l’unica che ha paventato una qualche forma di sanzione (per la verità molto blanda, quasi inutile). Il D.P.R. 503 del 1996 e il Testo Unico dell’Edilizia (D.P.R. 380/2001) all’art. 82 che ha ripreso, quasi come una minestra riscaldata, l’art. 24 della 104 prima citato. Poi a livello regionale ogni regione ha la sua o quasi. La Calabria ha la L. 8 del 1989, bella ma anch’essa inutile. Tutte belle parole e principi privi di tutela, messi lì giusto come norme di principio ma privi di efficacia concreta. In tutto questo solo una norma oggi può dare una qualche speranza di rendere un pò di giustizia, ma sempre se chi subisce ha il coraggio di reagire. Questa è la Legge n. 67 del 2006, a tutela delle persone con disabilità vittime di discriminazione che riconosce come discriminazione qualsiasi comportamento o situazione che ponga una persona con disabilità in una condizione di svantaggio rispetto agli altri cittadini. Ma dobbiamo fare causa ad ogni locale pubblico inaccessibile? Eppure, nonostante questo quadro normativo, nella realtà quotidiana l’accessibilità continua a essere considerata un problema secondario. Le barriere restano. I controlli sono rari. Le sanzioni quasi inesistenti. Il risultato!? Le persone con disabilità continuano a vivere episodi come quello accaduto; situazioni che possono sembrare piccole, ma che raccontano una realtà molto più grande. Perché la discriminazione non è solo quando qualcuno ti dice che non puoi entrare. La discriminazione esiste anche quando l’ambiente è costruito in modo tale da impedirti di vivere i tuoi diritti alle stesse condizioni degli altri. Un gradino può sembrare una cosa insignificante. Ma per chi vive in carrozzina o ha difficoltà a camminare può significare restare fuori. Fuori da un negozio! Fuori da un servizio! Fuori dalla normalità! E finché continueremo a considerare queste situazioni come episodi marginali, continueremo anche a tollerare una forma silenziosa di esclusione che riguarda migliaia di persone ogni giorno. Le barriere architettoniche non sono solo un problema edilizio. Sono, prima di tutto, un problema di diritti civili. Maurizio Simone. Foto dal web.

PUBBLICATO 08/03/2026  |  © Riproduzione Riservata




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