OPINIONE Letto 106

Nel rispetto del lavoro docente, la dignità degli studenti e della cultura


Foto © Acri In Rete



Svolgo la professione docente da tempo immemore. Ne avverto, intatto e gravoso sulle spalle, tutto il peso: quella responsabilità etica che ogni buon insegnante porta con sé nel tentativo di offrire agli alunni — spesso specchio di contesti ed estrazioni sociali ferite — stimoli e proposte educative che sappiano essere culturalmente valide, efficaci, universali. Una vera e propria scommessa esistenziale, prima ancora che professionale. In questo sforzo costante, si cerca di coniugare la quotidianità dell'aula con i bisogni formativi attinti anche al di fuori delle mura scolastiche, muovendosi nel variegato ed instabile panorama delle offerte culturali del territorio; proposte talvolta fantasiose, talvolta, purtroppo, drammaticamente al di sotto delle aspettative, sterili nei contenuti e povere di senso. Dopotutto, alla scuola si pretende di delegare ogni cosa, e ogni fallimento della società viene addebitato ai docenti. Questo avviene malgrado una drastica e asfissiante riduzione del tempo didattico, un tempo compresso che pure esige il raggiungimento di competenze, abilità e conoscenze, quasi si pretendesse dagli insegnanti una misconosciuta capacità alchemica, capace di trasformare, allo schiocco delle dita, l’ignoranza in conoscenza istantanea. Il tutto, sia detto chiaramente, al netto degli esorbitanti costi della cultura che oggi, più di ieri, gravano come un macigno sulla spesa pro capite delle famiglie e di tutti coloro che credono ancora nell’investimento nei libri e nella cultura come riscatto ed emancipazione dello spirito. Ad un docente, oggi, si richiede non solo di valutare le competenze, ma di intercettare quotidianamente il disagio, l'ansia da prestazione, l'iper-connessione e l'isolamento dei ragazzi. Portare questo peso significa, innanzitutto, saper decodificare i silenzi: comprendere che dietro la taciturnità degli alunni non c'è necessariamente apatia, ma magari un timore reverenziale, o la paura del giudizio oppure una lenta, feconda elaborazione interna. I giovani di oggi, figli di questa società tragicamente orientata alla performance, si muovono secondo dinamiche nuove: acquistano libri con modalità differenti, si orientano verso diversificate forme di lettura e accedono all'arte e ad interessi culturali fruiti attraverso canali alternativi. Perciò, quando noi docenti scegliamo per i nostri alunni attività extrascolastiche, progetti o seminari di approfondimento, è perché alla base scegliamo di porre un profondo impegno professionale e una mole enorme di lavoro propedeutico. Il nostro fine è definire quei contenuti dall'interno delle nostre classi per poi proiettarli al di fuori di esse, avvertendo la necessità vitale di trasferire l’esperienza didattica anche sul campo dell’azione pragmatica. In questo immenso sforzo, confidiamo sempre nella bontà dell'esperienza esterna, capace di suffragare, nella peggiore delle ipotesi, una forma di consolidamento maggiormente coinvolgente ed accattivante. Risulta quindi pretestuoso, arrogante e francamente inaccettabile l'atteggiamento di chi, chiamata a svolgere un'attività seminariale sul cinema italiano di Marco Bellocchio promosso dalla Fondazione Padula — incontro tenuto dall’esperta documentarista Giovanna Taviani — abbia inteso approcciarsi ai lavori assumendo verso studenti e docenti toni spropositatamente dottorali e di bacchettamento sine causa. Questo approccio ha purtroppo inibito e viziato il primo seminario dedicato alla visione del film “Buongiorno, notte”, distorcendo i termini stessi dello svolgimento dell'incontro. I toni manifestati dall’esperta sono apparsi del tutto fuori contesto, laddove docenti venivano redarguiti per i loro interventi e gli studenti giudicati con pressapochismo per i loro timidi silenzi. Questo insieme di elementi ha tradito sia le migliori intenzioni del seminario, concepito in forma dialogica, sia la serenità e la soddisfazione complessiva dei partecipanti. Or dunque a cosa sarebbero stati chiamati i docenti e gli studenti se non a collaborare a un dialogo costruttivo, orizzontale e non verticale? Un dialogo che mettesse tutti, nessuno escluso, nella condizione di volersi e sapersi esprimere liberamente, senza infingimenti ed atteggiamenti pregiudizievoli o preconcetti e senza dover per questo sentirsi apostrofare ingiustamente di voler "monopolizzare l’attenzione" o di voler sostituire il ruolo di "esperta" della titolare del seminario. È o non è nell’interesse della buona riuscita dell’iniziativa garantire la libertà di tutti i partecipanti nell’ esprimere le proprie idee, anche attraverso precisazioni e sottolineature, a tutto esclusivo vantaggio degli studenti? Se l’attività seminariale dedicata al cinema di Bellocchio puntava a voler essere un’esperienza culturale, non si comprende perché si sia scelto di assumere toni tanto insofferenti e intolleranti nei confronti dell’uditorio, ancor più verso gli studenti e le studentesse, nel palese disprezzo finanche di qualche docente accompagnatore. La partecipazione a questo premio e al seminario non è l'atto estemporaneo di una mattinata, di un remoto e non meglio precisato giorno dell'anno, ma è il compimento di un periglioso percorso didattico, molto più lungo ed articolato. Perciò sento il dovere di muovere alcune ferme precisazioni proprio in merito a questa giornata di lavori: Intanto c’è l'imperdonabile errore di prospettiva circa la gestione dei silenzi dei ragazzi: Bollare i ragazzi da "distratti" derubricando la loro timidezza a indifferenza insensibile e a demotivazione solo perché non hanno risposto con interventi immediati, è un errore di profonda ingenuità pedagogica. Il silenzio dei giovani di fronte a temi tanto complessi e densi non è apatia; è rispetto, è riflessione, è forse anche timore reverenziale.Che non si evidentemente abili a cogliere. Ammiccare all’indifferenza significa ignorare le loro sensibilità e frustrare il lavoro di avvicinamento culturale svolto con dedizione dai loro insegnanti. Poi c’è l’indelicata e sfrontata insofferenza verso la mediazione pedagogica: Il tono irriguardoso dimostrato verso chi vive la scuola ogni giorno nell'esclusivo interesse dei giovani, è intollerabile. I nostri ragazzi, prossimi alla fine delle attività scolastiche e all'Esame di Stato, hanno le loro legittime ragioni per non volersi sentire sotto interrogatorio anche nel mentre prendono parte ad un seminario. Poi manifestare palese insofferenza verso contributi offerti da qualche sfrontato docente attraverso "flash" di suggerimenti, durante l’ asfittico dialogo non è da considerarsi come un'interferenza per rubare la scena alla titolare del seminario, ma come un legittimo atto di mediazione pedagogica per aiutare gli alunni a sbloccarsi. Essere contestati per questo, o peggio, dover assistere allo stillicidio dell’uditorio come in un quiz di "domanda e risposta", squalifica la scuola e tutto il complesso lavoro che con fatica si costruisce anche per l’occasione, altro che pensiero critico e consapevole. Si dimostra una grave mancanza di rispetto verso la funzione e professionalità della locale docenza, che francamente sento di dover rispedire al mittente. La cultura non si impone con dispositivi cattedratici che intimidiscono e giudicano, né la riuscita di un seminario può misurarsi sulla prontezza verbale estorta a una platea intimorita. Il ruolo del docente è, per sua natura, quello di un costruttore di ponti; tentare di attraversare quei ponti insieme agli alunni, per agire la cultura e non semplicemente subirla, rende il nostro lavoro uno dei compiti più complessi, fecondi e unici al mondo. Il ruolo di chi non siede più in cattedra,(tanto non serve) o di chi magari è chiamato in certe circostanze a offrire una testimonianza o un'esegesi di fonti, dovrebbe essere quello di valorizzare la presenza dei partecipanti, non di zittirla per abbattere e manifestare insofferenza verso l'apporto altrui. Perciò questo mio intervento non nasce da un intento polemico o da una strumentalizzazione fine a se stessa; sorge, al contrario, dalla ferma, irriducibile volontà di rimettere al centro il valore sacro del dialogo educativo, soprattutto in questo delicato momento storico. È il mio un atto di vigilanza educativa necessario per salvaguardare le condizioni stesse del confronto: chi dichiara di voler promuovere cultura deve dimostrare, nei fatti, di saperne abitare gli spazi senza viziare, alterare o violentare lo strumento principe della parola — specie in contesti istituzionali che dovrebbero per primi custodirla e non mortificarla. Questo si richiede per il futuro, agli organizzatori e ai relatori, di tali circostanze, abitare questi spazi non è una formale concessione di spazi, ma un radicale mutamento di spirito. La scuola non va MAI sminuita, denigrata ed offesa, va accolta. E va accolta in un clima di autentica, sincera e paritaria collaborazione, in cui il silenzio riflessivo degli studenti col faticoso lavoro preparatorio dei docenti non siano considerati incidenti di percorso da sanzionare, ma coordinate sovrane da riconoscere, proteggere e rispettare.

PUBBLICATO 30/05/2026  |  © Riproduzione Riservata




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