OPINIONE Letto 893

Liberi dal silenzio: alle urne scegliamo la saggezza che ascolta, non il potere che zittisce


Foto © Acri In Rete



L’illusione del comando e la gestione della cosa pubblica come una proprietà privata si riflettono in modo speculare dai grandi palazzi della politica nazionale fino alle realtà locali come Acri, dove il dissenso non è più una dialettica da affrontare ma un fastidio acustico da zittire, un granello di sabbia in un ingranaggio che si pretende perfetto, veloce e obbediente.
C’è un filo rosso che unisce le stanze del potere contemporaneo, dai piccoli consigli comunali ai vertici dei governi, ed è una postura che somiglia sempre meno alla leadership e sempre più a un’ansia da controllo che trasforma l'azione amministrativa in un monologo dove l'obiettivo non è sintetizzare le diverse istanze di una comunità, ma blindare la decisione della cabina di regia.
Il sintomo più evidente di questa concezione autoritaria è la progressiva riduzione della base decisionale attraverso una scientifica restrizione delle persone ammesse al tavolo del comando, dove la competenza, l’esperienza e persino la conoscenza specifica dei problemi passano in secondo piano rispetto al requisito tassativo della fedeltà assoluta al capo.
Si formano così i cosiddetti cerchi magici, oligarchie ristrette in cui il merito viene sistematicamente sostituito dall'allineamento cieco, producendo un immediato effetto eco poiché circondarsi solo di fedelissimi significa ascoltare risposte che confermano costantemente le proprie idee, isolando il leader in una bolla in cui ogni decisione appare indiscutibile.
Di conseguenza si assiste a una paralisi critica per cui chiunque provi a sollevare un dubbio tecnico o una perplessità politica viene immediatamente percepito come una minaccia, e in questo contesto la sanzione non è mai il dibattito, ma la stroncatura politica o professionale che porta all'emarginazione o alla sostituzione di chiunque non si adegui. Questa dinamica nazionale si amplifica e diventa ancora più affilata nei contesti territoriali più piccoli, dove l'intolleranza non si limita alle aule istituzionali ma si traduce in forme asfissianti di controllo sociale e di ricatto relazionale, arrivando al punto in cui esprimere un'opinione critica comporta il vedersi togliere il saluto o il ricevere minacce velate.
Quando in una comunità ristretta chi amministra reagisce in questo modo, confonde il Comune con il proprio salotto di casa e la critica democratica con un attacco personale, pretendendo che l'intera cittadinanza si adegui a una logica di sottomissione.
La minaccia non ha bisogno di essere esplicita per fare male, poiché passa attraverso allusioni sul lavoro, su pratiche burocritiche o sulla serenità quotidiana, mandando il messaggio chiarissimo che chi parla distrugge la propria tranquillità.
La paura della critica risiede in una cultura che ha confuso l'efficacia con l'assenza di ostacoli, dove in un mondo dominato dalla velocità della comunicazione governare viene vissuto come una performance continua, basata sul produrre annunci, mostrare decisionismo e andare avanti a ogni costo.
In quest'ottica la discussione, la mediazione e l'ascolto delle opposizioni vengono derubricati a inutili perdite di tempo, e chi dissente non viene visto come qualcuno che offre un punto di vista diverso per migliorare un provvedimento, ma come un soggetto che rema contro e infastidisce il manovratore, generando un profondo cortocircuito culturale che confonde il diritto-dovere di guidare una comunità con la pretesa di non essere mai messi in discussione.
Il pericolo più grave di questo clima è l'autocensura, poiché quando i cittadini vedono che chi si espone viene isolato, colpito o velatamente minacciato, scelgono il silenzio per autodifesa, impoverendo la comunità, allontanando i giovani e lasciando spazio solo ai fedelissimi della cerchia o a chi spera di ottenere favori dal proprio silenzio assenziente.
Questa gestione produce un'illusione di forza che nasconde, in realtà, una profonda debolezza strutturale, poiché le amministrazioni che funzionano per epurazioni e fedeltà cieca tendono inevitabilmente a produrre pessime politiche pubbliche, dato che senza il filtro del dissenso e della critica gli errori non vengono corretti prima di essere trasformati in decisioni operative.
Quando la critica viene sistematicamente zittita, la qualità dell'amministrazione crolla e le decisioni diventano rigide, scollate dalla realtà e incapaci di intercettare i bisogni reali dei cittadini.
La pretesa di governare da soli, circondati solo da un coro di spaventati consensi, non è un segno di autorità efficiente ma il preludio di un isolamento fragile, e per salvare la qualità della nostra vita pubblica, sia a livello generale sia in realtà locali, bisognerebbe ricominciare a considerare chi solleva un dubbio non come un nemico da stroncare o da isolare, ma come l'ultimo presidio di salute democratica rimasto.

PUBBLICATO 13/07/2026  |  © Riproduzione Riservata




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