OPINIONE Letto 324

Riflessioni: l'orizzonte che non parla


Foto © Acri In Rete



Nel dibattito pubblico, il confronto è la condizione minima per far respirare una comunità. Quando le opinioni si incrociano, quando le differenze si mettono in gioco senza paura, si apre quello spazio raro in cui una città torna a pensare.
Negli ultimi anni abbiamo delegato troppo alla comunicazione scritta: commenti, post, note, articoli. Utili, certo. A volte necessari. Ma insufficienti. Una comunità che vive solo di parole scritte è una comunità che si osserva da lontano.
Ritrovare il confronto reale significa accettare anche che la democrazia non è comoda. E’ fatta di divergenze, di tensioni, di punti di vista che non coincidono.
Ma è proprio lì che si genera pensiero. Una città che dedica tempo alla propria comunità è una città che decide di non lasciarsi andare all’intermittenza. La città a intermittenza è una città che non funziona.
La riflessione nasce da un’urgenza: dire le cose come stanno, senza girarci attorno. Acri non soffre di vuoti sociali, non è una città spopolata, non è un territorio senza energie. Acri soffre di qualcosa di più profondo e più politico: l’assenza di continuità urbana.
Una città che vive solo quando viene programmata è una città che non vive. Le serate “spot” riempiono il centro per qualche ora, poi tutto torna silenzioso. Questo non è intrattenimento: è un anestetico civico.
Illude che la città sia viva, mentre in realtà è ferma. Illude che la comunità sia presente, mentre in realtà è convocata.
Una città che si anima solo quando si decide di accenderla è una città dipendente. E una comunità che partecipa solo quando vene chiamata è una comunità passiva, non protagonista. Quando un luogo è percepito come episodico, la cittadinanza si abitua a un comportamento semplice: si partecipa solo quando c’è qualcosa da consumare.
Una città che non produce quotidianità non produce comunità. Una città che non produce comunità non produce identità. Una città senza identità non ha futuro politico. Gli eventi episodici non costruiscono nulla. Non generano abitudini. Non creano reti.
Non trasformano lo spazio urbano. Non sedimentano memoria.
Sono consumo di socialità, non produzione di comunità. Sono un modo per evitare la domanda politica centrale: perché Acri non vive ogni giorno? La questione non è fare più eventi. La questione è attivare Acri. Una città vive quando la città offre motivi quotidiani per attraversarla, sostare, incontrarsi, riconoscersi. Lo spopolamento è reale. I giovani se ne vanno.
I servizi arretrano. Sono fatti, non percezioni. Ma c’è un errore politico che pesa più di tutti: si continua a credere che questi problemi si risolvono con la resilienza – parola ormai svuotata – e con fondi PNRR, trattati come panacea universale. Non è così. Non lo è mai stato.
La resilienza è diventata un mantra. Si usa per coprire tutto: mancanza di servizi, assenza di visione, vuoti di progettazione. Ma la resilienza è una risposta all’emergenza, non un modello di sviluppo. Acri non soffre solo per ciò che ha perso – giovani, servizi, opportunità – ma per ciò che non riesce a mettere in moto.
La politica locale si inorgoglisce delle serate riuscite, dei momenti di folla, delle foto che mostrano “partecipazione”. Ma tralascia il dato più evidente: la visione non c’è. Lo spopolamento è un effetto, non la causa.
La fuga dei giovani è una conseguenza, non il problema originario. I servizi che arretrano sono sintomo di una città che non genera domanda quotidiana. Su questo dovremmo riflettere tutti: non come spettatori, ma come comunità che pretende una città viva.
Perché il problema non è ciò che manca, ma ciò che non si attiva. Finché continuiamo a scambiare la vivibilità con l’intrattenimento, Acri resterà ferma. Ecco perché è importante tenere un dibattito pubblico permanente.
Non come rituale, non come condizione minima per costruire una città che abbia una direzione.
Senza confronto, senza critica, senza partecipazione reale, ogni scelta politica diventa calata dall’alto, e quindi inevitabilmente sindacabile: non perché “si vuole contestare”, ma perché non è stata discussa con la comunità. Quando la politica promuove un’idea di città in modo unilaterale – come se fosse già compiuta, come se fosse evidente, come se i cittadini dovessero solo “capirla” – si genera una distanza che indebolisce tutto: fiducia, partecipazione, identità urbana.
Quando la politica ignora il dibattito, la comunità viene ridotta a pubblico da informare, non a soggetto da coinvolgere. Ecco perché le scelte calate dall’alto sono sindacabili.
Le decisioni non devono chiedere obbedienza, devono chiedere partecipazione.
Una politica che non discute non vede. Una politica che non vede non guida.
Una politica che non guida non costruisce futuro. Una parte di cittadini invita a “guardare il positivo” e a “non criticare sempre”.
Ma questa frase non affronta il problema: lo raggira. E’ un invito a far finta di niente, a non nominare ciò che non funziona, a non discutere ciò che va corretto. In una città che ha bisogno di essere attivata, questo atteggiamento non è ottimismo: è rimozione.
Detta dai commercianti – che ogni giorno lottano per tenere aperte le loro attività – suona bene ma non è del tutto veritiera.
Non perché manchi la buona fede, ma è la frase di chi, stremato, finisce per accontentarsi e ringraziare per qualunque serata porti un po' di movimento, anche quel movimento non cambia nulla. La città, tra meno di un anno, sarà chiamata a scegliere chi ne guiderà il passo.
Eppure, nelle sere d’estate, mentre l’aria si fa più leggera e le strade si riempiono di voci, non si sente allenare alcun pensiero critico.
Si sente piuttosto il fruscio dei calcoli, di contabilità politica, di vecchie tattiche che tornano come stagioni stanche.
Le comunelle serali – quelle che si fermano all’angolo di una piazza, davanti a un bar, lungo la via che scende – non sembrano laboratori di futuro. Somigliano più a tavoli di ragionieri: si contano i voti, si pesano le influenze, si misurano le disponibilità.
Si prepara il solito metodo: coinvolgere chi porta più consensi, chi garantisce pacchetti di preferenze, chi può spostare equilibri senza spostare le idee.
E così, quando arriverà il tempo delle urne, ci troveremmo davanti a programmi lucidi, ben scritti, tutti validi sulla carta.
Programmi capaci di infiammare gli animi, di promettere continuità o rivoluzione, di mostrare ciò che già si sta costruendo e ciò che si vorrebbe costruire.
Questo è l’orizzonte,  oggi. Un orizzonte che attende – forse invano, forse no – che qualcuno torni a parlare alla comunità, non ai calcoli. 

PUBBLICATO 20/07/2026  |  © Riproduzione Riservata




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