CULTURA Letto 4921

Il 2 Giugno e le distorsioni democratiche della Repubblica Italiana


Foto © Acri In Rete



Sono passati settant’anni da quando, il 2 Giugno del 1946, il popolo italiano sceglieva la forma repubblicana nel referendum istituzionale che decretò, contestualmente, la fine della monarchia sabauda e l’elezione dell’assemblea costituente. Quest’ultima, nei due anni a venire, fu chiamata alla stesura di quella carta fondamentale e antifascista (XII disp. Transitoria e finale) che oggi, in seguito ad un riformismo maldestro e populista, potrebbe definitivamente trasformarsi in qualcosa di profondamente diverso.
Quel formidabile momento storico non decretò “soltanto” l’atto di nascita della nostra democrazia parlamentare ma, soprattutto, l’incondizionato allargamento delle basi di uno Stato in cui, finalmente senza distinzioni di sesso e censo, il popolo veniva definitivamente investito di quella cittadinanza attiva che attraverso i valori della resistenza e della memoria sarebbe stata negli anni a venire determinante nella ricostruzione post-bellica, nella costruzione della pace tra le nazioni, nell’edificazione di una nuova Europa, nelle lotte per i diritti e per le emancipazioni sociali.
Queste conquiste furono, per la giovane repubblica italiana, possibili (nonostante un conservatorismo latente e legato al pervasivo clericalismo imposto sovente al dibattito pubblico dalla Chiesa) per mezzo dello slancio progressista di quella stagione che riuscì a catalizzare l’azione congiunta di molte delle componenti considerate fondamentali per il funzionamento di una democrazia: istituzioni, movimenti di opinione popolari e studenteschi, università, mass-media, corpi intermedi come sindacati, partiti e associazioni, tutti concorsero (anche attraverso momenti di forte conflitto sociale) all’evoluzione della partecipazione democratica e dunque, al progredire della stessa repubblica.
Oggi invece, in occasione delle celebrazioni per la 70esima festa della Repubblica, sono proprio i suoi interpreti principali, ovvero i cittadini, a sembrare quanto meno distanti nei confronti della cosa pubblica. I dati sull’astensionismo e sul distacco dei cittadini dal dibattito pubblico ne sono la prova e costituiscono un forte fattore di rischio per la tenuta democratica e il corretto esercizio del potere da parte del popolo. Diceva infatti  Montesqueiu: “La tirannia di un principe non è pericolosa quanto l’apatia di un cittadino in una democrazia”.
Le dinamiche che hanno condotto a questo stato di cose sono molteplici, dalla crisi economica a quella della fiducia nella politica e nei suoi interpreti ma, tutte, sembrano avere un comune denominatore nella fenomenologia che ha di fatto  distorto la stessa costruzione dell’opinione pubblica.
Strettamente legata alla salubrità del sistema di informazione (il c.d. “quarto potere), l’opinione pubblica è ormai quasi “vittima” dello stesso.
Un sistema ormai infiltrato a più livelli da interessi sempre più forti e che hanno saputo imporre una comunicazione sovente asservita ai centri del potere politico che,  inesorabilmente,  indirizzandosi verso un pensiero unico maggioritario e populista, relega alla marginalità quel pensiero critico (di cui parla Luciano Gallino nel suo ultimo libro Il denaro, il debito e la doppia crisi)  che è invece la condicio sine qua non dello stessa democrazia. Basti pensare all’ultima riforma della Rai e alle leggi per il finanziamento pubblico della stampa per comprendere gli strumenti più efficaci di questo meccanismo.
Parallelamente i centri della cultura come le università hanno dismesso, nella maggior parte dei casi, la loro fondamentale funzione di dibattito e diffusione indipendente del sapere, diventando (anche per via delle numerose riforme in tal senso) strutture più assimilabili ad “esamifici” che altro. I gruppi “intellettuali” o le c.d.  intellighenzie invece , ben radicati nel dibattito nazionale almeno fino al 78, sono ad oggi scomparsi. I corpi intermedi di cui sopra si sono involuti, sotto il peso dei loro stessi errori.
Recente esempio delle distorsioni di cui soffre la nostra democrazia è costituito dalle recenti vicende francesi. Oltralpe infatti per una riforma assai simile al jobs act approvato dal governo italiano, la popolazione è da giorni praticamente in rivolta. In Italia invece in seguito alla totale delegittimazione del sindacato operata dal governo, la legge, fu facilmente spacciata come la panacea di tutti i mali agli occhi di una frastornata e inerme opinione pubblica che dunque neanche minimamente riuscì a coglierne il significato. Tutt’ora i mass-media parlano di ipotetici aumenti dei contratti a tempo indeterminato quando proprio attraverso il jobs act questi ultimi, sono stati soppiantati dai  precari contratti a tutele crescenti.
Una condizione generale dunque che fa emergere il quadro rappresentativo di una democrazia debole, quasi caricaturale, e di conseguenza facile vittima di populismi, moderni demagoghi e di quei sempre latenti gruppi di potere appartenenti al capitalismo-finanziario mondiale.
Per porre rimedio a queste problematiche serve che tutti noi cittadini torniamo ad occuparci della cosa pubblica in maniera appassionata e orgogliosa, ricordando proprio come 70 anni fa  popolo italiano seppe, unito e solidale, combattere e morire per consegnarci oggi le libertà e i diritti legati alla nostra cittadinanza che troppo di frequente trascuriamo.
Il migliore augurio che possiamo fare alla nostra repubblica, in occasione del 2 giugno, è quello di una pronta guarigione, che però, senza il contributo di una nuova stagione di cittadinanza attiva tarderà ad arrivare.

PUBBLICATO 02/06/2016  |  © Riproduzione Riservata




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