RECENSIONE Letto 3876  |    Stampa articolo

Quando i sogni che muoiono all'alba diventano letteratura

Foto © Acri In Rete
Anna Maria Algieri
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Oggi proporre al pubblico dei lettori, sempre più ristretto ma sempre più esigente, una antologia di racconti a tema è davvero una sfida molto ambiziosa: ha perfettamente ragione a precisarlo nella sua Presentazione dell’opera Enrico Rulli, l’ottimo curatore di questa raccolta.
Il titolo, già di per sé molto suggestivo, “Quando i sogni muoiono all’alba”, dà l’idea di quanto la fantasia e la creatività degli autori si siano potute espandere nel creare degli autentici gioielli di narrativa breve.
Voluta dall’esperto editore abruzzese Marco Solfanelli, l’opera contiene sedici racconti di altrettanti autori: “Il presentimento” di Adriana Comaschi, “Foglia d’argento” di Luigi De Rosa, “L’eredità dell’asino” di David Ferrante, “La notte di San Lorenzo” di Annarita Guarnieri, “Sirene” di Lucia Guida, “Faccia di bronzo” di Italo Inglese, “La luce del vero” di Annalisa Marcellini, “L’ultimo sogno” di Angelo Minerva, “La notte di Tonio” di Vito Moretti, “Lo spreco” di Agata Motta, “La lunga notte di Pinocchio” di Annarita Stella Petrino, “Correre per sempre” di Vittorio Piccirillo, “Un lupo mannaro con le pulci” di Lucio Pollutri, “Matilde, il viaggio, il cigno nero” di Paolo Massimo Rossi, “Gocce di buio” di Antonio Tenisci, “Mare” di Patrizia Tocci.
Ogni racconto è diverso dagli altri per ispirazione, stile, ambientazione, tensione e taglio narrativo, sentimenti e stati d’animo espressi, ma tutti danno l’idea della compiutezza, dell’originalità e dell’assoluta qualità artistica.
Dalla perfetta scansione narrativa de “La notte di Tonio” dell’autorevole scrittore e critico letterario Vito Moretti, che fa muovere il lettore su un sottile filo di tensione emotiva, al simpatico e surreale appeal di “Un lupo mannaro con le pulci” del giovanissimo Lucio Pollutri, che diverte e incanta per freschezza e inventiva, la lettura, di pagina in pagina, risulta sempre piacevole e ricca di stimoli di riflessione, anche critica, nei confronti di delicate problematiche della realtà attuale e, in senso lato, dell’animo umano. Il tema indicato dal titolo, cioè una narrazione che abbia il suo sviluppo nell’arco di una notte e trovi il suo naturale scioglimento all’alba, fa da robusta cornice a tanto variegato e dispiegato talento letterario.
Tra i sedici autori presenti nell’antologia troviamo lo scrittore acrese Angelo Minerva con un racconto molto particolare e interessante, dal titolo “L'ultimo sogno”.
In esso si racconta un episodio, frutto della fantasia dell’autore, ma del tutto verosimile, che ha come protagonista Dante Alighieri, il quale viene colto, in viaggio da Ravenna verso Venezia, nella sua ultima e delicatissima ambasceria svolta per conto di Guido Novello da Polenta, suo illustre protettore.
È l’estate del 1321 e il Poeta, con gli uomini della sua scorta, per un improvviso temporale, è costretto a interrompere la marcia verso la Serenissima e a trovare riparo presso un’anonima e isolata locanda. Al suo interno accade, però, qualcosa di straordinario che suscita nell’illustre fiorentino una profonda emozione e, soprattutto, lo fa riflettere sul proprio travagliato vissuto e sulle ambizioni che lo hanno sempre animato: “[…] guardò davanti a sé e vide presso uno dei lati del focolare un ragazzino che, seduto su un piccolo sgabello, leggeva ad alta voce i versi del primo canto dell'Inferno.” Il piccolo lettore è il figlio di uno scrivano, morto pochi giorni prima di febbre malarica nei pressi della locanda, che l’oste ha tenuto presso di sé. Affascinato da tanta grazia e innocente candore, Dante decide che, una volta compiuta la sua missione, ripasserà da lì e prenderà con sé quel fanciullo dalla voce d’angelo “per farne un suo discepolo, forse l’ultimo, il migliore”.
Il destino, però, ancora una volta, deciderà diversamente: “Il Poeta non rivide mai più quella locanda e non poté realizzare il suo ultimo sogno: di ritorno dalla missione diplomatica a Venezia, si ammalò di malaria; in fretta venne trasportato a Ravenna dove si spense nella notte tra il 13 e il 14 settembre del 1321.”
Un sogno, quindi, durato una notte, cioè fin quando il gruppo di viaggiatori non ha ripreso il cammino verso Venezia.
Sogni, desideri, aspirazioni cozzano di frequente contro la realtà che li dissolve, lasciando spesso nell’animo un sentimento di struggente nostalgia.
Da scrupoloso studioso di Dante e delle sue opere, a cui ha dedicato dei pregevoli saggi, Angelo Minerva tiene a precisare che il suo racconto deve essere considerato frutto di pura fantasia e non la ricostruzione storica del viaggio che Dante Alighieri fece a Venezia tra l’agosto e il settembre del 1321, […]. Molto probabilmente il percorso di andata si svolse via mare e quello di ritorno via terra, pare per volontà delle autorità della Serenissima. La missione diplomatica, che avrebbe dovuto evitare un possibile conflitto armato, fallì e solo in seguito a successivi accordi si giunse all’esito sperato.”
A questo punto non posso fare a meno di chiedermi se l'autore, nel raccontare questa storia tanto delicata quanto psicologicamente complessa, si sia immedesimato più in Dante o nel ragazzo che recita i suoi versi...

PUBBLICATO 18/07/2018 | © Riproduzione Riservata





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