Sanità. Sei inidoneo e sotto processo? Allora ti nomino Primario
Roberto Saporito
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E’ sempre più una società che premia incapaci, incompetenti, millantatori, inidonei. La pubblica amministrazione ne è piena, soprattutto nei ruoli importanti ed apicali. Da qui i danni amministrativi e la burocrazia lenta e farraginosa. A discapito della comunità, o meglio di quella parte più debole. Ciò si nota, in particolare, in quei settori in cui prevalgono le “nomine politiche fiduciarie.” Nella sanità, ad esempio, dove direttori sanitari e consulenti, senza i dovuti requisiti, titoli, competenze ed esperienze, abbondano. Oggi abbiamo scoperto che se sei sotto processo (peraltro accusa gravissima) rappresenta un punto in più per essere promosso. E’ accaduto lo scorso ottobre quando l’Asp nomina Primario del reparto di ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Cetraro, tale dott. Cannizzaro, rinviato a giudizio (insieme ad altri quattro medici) per la assurda morte della 37enne Santina Adamo. Naturalmente vogliamo fare i cronisti e non i giudici e attendiamo le sentenze. La donna, si ricorda, decedette, tra le braccia di medici e paramedici, giusto un anno fa a causa di un’emorragia, dopo poche ore dall’essere diventata mamma per la seconda volta, per l’assenza di una sacca di sangue compatibile giunta dal’ospedale di Paola con enorme ritardo. C’è di più. Il Primario Cannizzaro è poco presente in quanto “soggetto inidoneo”, così come certificato dalla medicina del lavoro, in particolare per le reperibilità notturne. La situazione appare ancora più grave in questi mesi estivi, quando l’utenza aumenta, considerato che il Cannizzaro risulta essere assente per malattia dal mese di giugno. L’Asp, quindi, non solo ha nominato un professionista sotto processo ma anche non idoneo e che, quindi, non può garantire la propria presenza all’interno della struttura oggi allo sbando. Qui regna il caos e con esso confusione e grossi rischi per pazienti ed operatori. Sulla carta il reparto è chiuso da un anno ma nella realtà è aperto per emergenze ed urgenze a cui devono far fronte quattro medici, 1 infermiere e 7 ostetriche che, tra mille difficoltà, devono garantire un servizio che sulla costa, da Tortora a Paola, circa 100 km, è assente. Incredibile. Un’area, l’alto Tirreno cosentino, sprovvista di un reparto di ostetricia. Ciò costringe le partorienti a rivolgersi all’ospedale di Lagonegro o a quello di Cosenza o a strutture private del capoluogo. Nel reparto, lo ricordiamo, solo nel 2018 sono stati effettuati oltre 400 parti, 800 interventi e numerose visite ambulatoriali. Cose calabre. Si chiudono e si affossano le cose che funzionano. Perché? Ma ci chiediamo e rivolgiamo altre domande. Come mai non vi è stata mai una protesta vivace che ha coinvolto cittadini ma soprattutto amministratori e politici? A chi giova tutto ciò? C’è un disegno strategico per favorire altre soluzioni? A noi non resta che sottolineare i disagi ed i rischi a cui vanno incontro donne e personale medico in una zona, l’alto Tireno cosentino, in cui è vietato partorire. Una situazione vergognosa ed ingiustificabile come quella che si vive all’ospedale di Acri dove ancora oggi, 20 luglio 2020, molte attività (interenti chirurgici, visite ambulatoriali, esami diagnostici) sono ferme ed i medici, bravi e preparati, sono in ferie forzate mentre gli utenti costretti a rivolgersi presso strutture private che, è bene ricordarlo, offrono solo la diagnosi ma non la cura. Da Scopelliti in poi la sanità pubblica è stata completamente distrutta, Oliverio ed il suo consulente alla sanità Pacenza (ben retribuito) non hanno invertito la rotta, il commissario Cotticelli sembra la brutta copia del precedente Scura e l’Asp di Cosenza, quasi in default, è un andirivieni di Direttori (cinque in un anno). A proposito di incompetenze e incapacità.
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PUBBLICATO 20/07/2020 | © Riproduzione Riservata

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