ENTROTERRA Letto 383  |    Stampa articolo

Cerco un paese. Un paese come il mio

Foto © Acri In Rete
Grazia Coppola
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Avevo un albero di fichi da cui guardare il mondo nella campagna assolata di agosto nel mio paese nel Cilento.
Tre mesi all’anno là e nove mesi in città, per anni e anni, hanno fatto di me una specie di creatura mitologica, mezza paese e mezza città.
San Mango ha circa 600 abitanti ed è frazione di Sessa Cilento nella provincia di Salerno, non lo sapevo allora, ma stavo mettendo le basi per quella cosa che più tardi avrei detto, con una nuova parola trovata nel vocabolario, “Paesologia”.
San Mango è uno di quei paesi dell’Italia interna che ha vissuto l’emigrazione, ancora oggi un ramo della famiglia sta negli Stati Uniti d’America e un altro in Venezuela. E zii che mandavano dollari alla posta, e parlavano con l’accento un po’ cilentano e un po’ americano.
San Mango è uno di quei posti in cui non c’è richiamo turistico da prima linea, bandiera blu ... arancione ...è un paese dalla bandiera bianca, arreso a vedere di anno in anno lo svuotamento delle case, l’abbandono della terra. I figli dei contadini se ne sono andati o sono diventati muratori. Le mani al cemento e non alla campagna.
Negli anni nel paese sono spariti tanti palazzi fatti di pietra e sono fioriti condomini con le tapparelle. Però guardano ancora sulla bella terra cilentana, ci arrivi passando strade immerse nella frescura dei castagni e senti l’aria fine che entra dal finestrino.
Adesso che al paese ci sono i cartelli che dicono che è nel Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, all’arrivo si trova “Benvenuto nel paese delle fresche sorgenti”, ma da bambina senza queste scritta me ne accorgevo lo stesso che l’acqua della fontana Cannavata e quella di Cedro erano più buone di quella di Caserta e in città non c’erano il mio fico e l’orto.
Ora ci sono un mucchio di rovi intorno al mio albero e la casa paterna, ancora di pietra, perde pezzi, si disfa come le proprietà indivise che restano nell’abbandono. Anche le residenze provvisorie della famiglia sono sospese a tempo indeterminato.
Negli anni sono andata sempre meno a San Mango, e sempre più negli altri paesi in giro per l’Italia interna, quelli che arrivi e chiedi al primo che ti capita a tiro “cosa c’è qui?” e tante volte ti senti dire “niente”. Vorrei dire a chi codifica cosa è il “tutto”, che non ha capito niente.
Mio padre il suo paese lo chiamava “la piccola Svizzera”, sono cresciuta con l’idea del valore della terra, dell’aria, dell’acqua, del fuoco, della natura. Il mio corpo ha registrato i sapori non artefatti dalla società (meno povera?) che è venuta dopo.
Bisogna mettersi d’accordo su quello che è la ricchezza e il valore delle cose. Bisogna lavorare sullo sguardo e sul linguaggio, perché l’Italia è fatta di Torino e di Trevico e non c’è un solo verso di percorrenza come nel film di Scola, bisogna immaginare anche il senso inverso, tornare. Abitare le città e i paesi. Creare le condizioni perché questo sia possibile. Mi sono messa a dire queste cose con la Paesologia e anche un po’ mi sono sentita come l’ussaro di Jürg Federspiel, l’uomo che portava felicità, che dopo la battaglia di Austerlitz attraversa a cavallo il lago di Costanza ghiacciato, a costo di sprofondare nello specchio d’acqua, perché cerca un paese che è il suo paese, un paese dal nome Barangain, e a chi gli chiede dove va, risponde:
“Cerco un paese. Un paese come il mio. Ho tutto il tempo al mondo, per trovarlo. Tutto il tempo al mondo.”
Mi sono messa a cercarlo, anche senza rendermene conto. E un giorno mi sono trovata a fare una cosa forse bizzarra, ma c’entra con me, con San Mango, con la Paesologia e con l’ussaro.
Ero in linea con un operatore telefonico e all’improvviso ho cominciato a fare lo spelling utilizzando i nomi dei paesi. Dettavo il mio codice fiscale CPPGRZ.... C come Conza, P come Pietracupa e Perdifumo, G come Greci, Erre come Roghudi, Zeta come Zagarise.
Dall’altra parte s’era fatto silenzio, la colpa era mia, non potevo pretendere corrispondenza. È chiaro che non è la stessa cosa che dire D come Domodossola (ma sulla D perché per rompere questo binomio dobbiamo espatriare? Dakar, Dallas... E io invece avrei detto D come Deliceto, per la mia amica Pina che ci abita).
In effetti i paesi ci offrono infinite possibilità, fatta salva credo l’acca su cui ci tocca dire “come hotel” per sempre. Tengono dentro la geografia nella sua evoluzione come un tatuaggio, tengono dentro il tempo, prendete la parte della mia terra cilentana che va verso la Basilicata, ed era Lucania occidentale, ci trovate ancora, anche se siamo in Campania, paesi come Vallo della Lucania e Atena Lucana.
I paesi tengono dentro il sacro fuori dalla storia. La magia e il mistero. Quando andai a Craco incontrai Vincenzo che mi disse … il paese si chiama così perché è passato un corvo e ha fatto “craaa” e dopo c’è stata la frana. Ecco, un nome premonizione. Craco è un luogo dalla bellezza straordinaria, è il castello di sabbia a misura d’uomo realizzato un tempo e lasciato lì a disfarsi.
Forse sono diventata presidente della Casa della Paesologia anche per questo, per pronunciare i nomi dei paesi, quelli dalla bandiera bianca come il mio, i paesi arresi, che il turismo non se ne frega niente di loro, e nemmeno l’economia e gli investimenti e tutto il resto appresso. I paesi abbandonati due volte, da chi è emigrato e da chi non ha motivo per andarci. E quando una calamità li tocca e girano i soldi si fanno avanti tante volte i furbi. I paesi additati con la cifra del pittoresco, senza vere intenzioni. Poi tagliati fuori dai servizi essenziali. Declinati al passato. A volte ostaggio di amministrazioni locali che ripetono le stesse logiche malate da anni.
I luoghi ai margini dell’attenzione sociale sono diventati per me l’emblema di quello che non sta nelle agende politiche o non ci sta abbastanza, simbolo della rimozione collettiva di una realtà che non solo esiste, ma preserva tanto di quello che si è perso altrove.
Con la Paesologia è possibile dire i loro nomi, e riempirli delle parole convenzionali che in qualche tabella sono i parametri che decidono l’importanza dei luoghi e mettono bandiere colorate e riconoscimenti e targhe. Ma dirle diversamente, quasi fare “il verso” a certi termini e allora si può dire … vieni a Castelnuovo di Conza, e se la replica è “che ci vengo a fare?“ si può rispondere … a Castelnuovo c’è il museo dell’aria, un mare di luce. Immergiti nel paesaggio lunare di Aliano con le sue argille. Aliano? Sì, è la Cappadocia d’Italia. Aprire l’atlante di una geografia commossa in cui si può andare a Trevico per mettere il proprio silenzio nel silenzio del paese o arrivare col fiato grosso, gradino dopo gradino, al paese appeso a un filo, Monteviasco, per poterlo toccare.
Con le Comunità provvisorie che si sono strette intorno alla parola Paesologia ho preso a mettere in circolo i nomi dei paesi, a dire che esistono, al presente, e che vogliono avere un futuro. E insieme abbiamo aperto in un paese la porta di una casa, la Casa della Paesologia. Spazio interno e di interiorità, nell’entroterra italiano. Ma anche luogo di convivialità, di incontro, porta a cui bussare, andare e tornare. Costruzione comune.
In territori in cui vai in giro e trovi usci serrati e cartelli VENDESI, aprire la porta di una casa si fa anche gesto simbolico, che ha dentro l'aspirazione, il sogno, la speranza, l'ambizione - ditela come volete - la possibilità di riaprire i musei delle porte chiuse, di vivere i paesi.

PUBBLICATO 04/08/2020 | © Riproduzione Riservata





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