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Ho attraversato il Veneto

Foto © Acri In Rete
Claudia Fabris - Giuliano Maroccini
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Questo testo è nato da un post scritto da Giuliano, pugliese di Corato (Ba), dopo un viaggio attraverso il Veneto in un pomeriggio d’inverno, andata e ritorno da Recoaro Terme a Treviso.
Claudia Fabris, di Padova, che in Veneto ci è cresciuta, leggendo quel post ha sentito il bisogno di aggiungere ciò che per anni nella sua regione aveva sofferto e patito, spingendola poi a cercare nel Sud ciò che altrove ormai era andato irrimediabilmente perduto.

Ho attraversato il Veneto per 150 chilometri, in macchina: un'esperienza angosciante.
Migliaia di rotonde ti fanno girare a vuoto, in una specie di girone dantesco, senza fine.
Un'unica interminabile cintura che avvolge come in un disegno impossibile ogni agglomerato urbano,
un nastro trasportatore per auto, capannoni e capannoni e paesi che non sono paesi
e insegne luminose che non insegnano più niente, ma punteggiano come i puntini di sospensione, quando sono troppi... stucchevoli.
Non ho mai incontrato il paesaggio, l'assenza, lo spazio.
Nessun vuoto, nessuna vastità a cui lasciare gli occhi, nessuna possibilità di perdersi e respirare con tutti i polmoni
solo volumi contro cui riflettere e sbattere
tutto Occupato
tutto Saturo
di un miracolo economico che si è nutrito di spazio e silenzi e mancanze
e poi è morto portando con sè per ripicca alcuni dei suoi miracolati.
Sono giunto a Treviso: architetture meravigliose fin troppo restaurate, scarpe lucide,
donne da esibire scelte come si scelgono i cavalli, guardando la dentatura e il culo.
È questo il tuo benessere?
Era questo che ci spacciavate come miracolo luccicante nei telegiornali di tutta Italia?
per questo avete venduto la vostra anima contadina?
I vostri casoni sui fiumi e quei sorrisi ingenui delle donne solide e accoglienti
che ti credevano sempre e avevano gli sguardi limpidi e i corpi forti?
Per questo avete perduto le vostre colombine?


Allora lasciatemi a questa piccola preghiera
Sia benedetta la nebbia che come velo pietoso ha ricoperto tutto nel mio viaggio di ritorno
Sia benedetta la nebbia che si fa schermo per l’anima e la sua immensità
Sia benedetta la nebbia che ti benda e ti protegge
e un poco ti impaura
e ti lascia solo al centro di ogni cosa
e sia benedetto  l'alcool
sia benedetto l’alcool
quando allaga i veneti fino a renderli umani
e li imbeve di spirito e risate
e li fessura che la vita ci entra e ci esce
come se li arasse nel corpo per fermarli nell’istante
senza la preoccupazione di domani

E Benedetta sia la Basilicata
il nostro polmone dell'assenza
che qui è troppo lontana persino da immaginare
e siano benedette le sue argille che franano ovunque con la pioggia
paesaggi interni di un corpo in costante mutamento
e siano benedette le strade vuote affuocate
con gli occhi che bevono la luce e lo spazio larghissimo
le geografie lunari dello spirito

E benedetto sia infine l'abbandono
la povertà che ancora ci resta, da qualche parte
per fortuna, per sbaglio, per dimenticanza

Non si vincevano soldi, ma spazio
dissero poi
quando tutto sembrava ormai già finito

PUBBLICATO 11/08/2020 | © Riproduzione Riservata



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