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Riti funebri sardi dell'800

Foto © Acri In Rete
Gaia Bafaro
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La morte è parte della vita e su di essa vi sono numerose tradizioni, riti e dicerie. Alcuni esempi: “ Quando sibila il vento di ponente, i morti non trovano pace”; “porta male sentire il canto di una civetta poiché preannuncia morte”; “non si dorme posizionati con i piedi del letto verso la porta della stanza poiché è così che si trova il la salma prima dell’estremo saluto”; “non si mettono scarpe e cappelli sui letti poiché è un atto che si compie durante la vestizione del defunto” ecc...In questo articolo, estratto da una delle mie tesi di laurea, mi sono soffermata sui riti funebri ottocenteschi della Sardegna , con alcuni richiami alle opere dell’autrice Grazia Deledda. Ho riscontrato delle simili usanze anche in Calabria e ho pensato per questo motivo di condividerlo con voi lettori di Acri in rete . Buona lettura. Quando il moribondo spira, famiglia e parenti si abbandonano alla disperazione, gridano, si strappano i capelli e si lacerano il viso percuotendosi il petto. La più stretta parente del morto accende una candela benedetta e gli fa con essa il segno della croce (su signali), avendo accortezza di chiudere per bene le labbra del defunto poiché si ritiene che da essa, uscita l'anima, escano anche i segreti di famiglia che subito s'infilano nelle orecchie dei presenti e dei profani. In Sardegna i morti di buona famiglia vengono lavati con il vino mentre la povera gente con acqua. Se il defunto era coniugato lo si veste con abito da sposo ed intorno ad esso si dispongono le prefiche (attitadoras) che tessono le lodi del defunto con poesie estemporanee (attitos). Vi è una differenza con le prefiche romane, le sarde non cantano per mestiere e non vengono pagate se non in caso di estrema povertà, sono spesso parenti dell'estinto. Il loro canto è veritiero e sentito, ma le lodi vengono spesso esasperate e non sono sempre meritate, contengono menzogne o pungenti ironie per i presenti. Se una persona muore violentemente vi sono parole di fuoco ardenti contro l'omicida e sul cadavere si stende la camicia insanguinata o gli si lasciano scoperte le crudeli ferite, se è possibile gli si pone accanto l'arma dell'assassino. Così le descrive Bresciani: “In sul primo entrare nella camera del defunto (le prèfiche) tengono il capo chino, le mani composte,il viso ristretto, gli occhi bassi e procedono in silenzio, quasi di conserva oltrepassando il letto funebre,come se per avventura, nè bara, nè morte vi fosse. Indi alzati come a caso gli occhi, e visto il defunto giacere,dànno repente, in un acutissimo grido, battono palma a palma, gettano i manti dietro le spalle, si dànno in fronte ed escono in lai dolorosi e strani. Imperocchè, levato un crudelissimo compianto,altre si strappano i capelli, si squarciano co' denti le bianche pezzuole, che ha in mano ciascuna, si graffiano e sterminano le guance, si provocano ad urli,ad omei, a singhiozzi gemebondi e affocati, si dissipano in larghissimo pianto. Altre si abbandonano sulla bara, si rotolano sul pavimento,si spargono di polvere, altre,quasi per sommo dolor disperate,serran le pugna,strabuzzan gli occhi, stridono i denti, e, con faccia oltracolata, sembran minacciare il cielo stesso Poscia di tanto inordinato corrotto, le dolenti donne così sconfitte, livide ed arruffate, quà e là per la stanza in terra sedute e sulle calcagna, si riducono ad un tratto in un profondo silenzio.Tacite,sospirose,chiuse nei raccolti mantelli, colle mani congiunte e colle dita conserte mettono il viso in seno e contemplano con gli occhi fissi nel cataletto. In quello stante una in fra loro, quasi tocca ed accesa da improvviso spirito prepotente,balza in piè, si riscuote tutta nella persona, si anima si avviva, le s'imporpora il viso, le scintilla lo sguardo, e, voltasi ratta al defunto, un presentaneo cantico intona. e prima tesse onorato encomio di sua prosapia e canta i parenti più prossimi, ascendendo di padre in padre insino a che montano le memorie fedeli di tutti i tempi di suo lignaggio; appresso riesce alle virtù del defunto e ne magnifica di somme laudi il senno, il valore e la pietà.... Le prefiche iniziano una gara a chi riesce a coprire meglio di disprezzo l'uccisore, sono parole infuocate che spingono alla vendetta ed all'uccisione dell'omicida, instillando il desiderio di una faida di sangue: “Mira currende a riu Su samben de fizu tou, chie l'hat mortu est biu in allegria, Ahi. fizu istimadu,Vile chie t'hat assassinadu! (guarda scorre a rivi - il sangue del figlio tuo - e chi l'ha ucciso è vivo - in allegria - Ahi, figlio amato - vile chi ti ha assassinato!). Prestu a lu chircare, Babbu, frades, amigos, servidores, S'onore ostru solu det lavare Su samben de su vile traitore. Ahi fizu istimadu, Vile chie t'hat assassinadu! (presto si vada a cercar (l'omicida) - padre, fratelli, amici servitori - l'onore vostro deve lavarlo soltanto - il sangue del vile traditore. Ahi, figlio amato - vile chi t'ha assassinato!) Sas lagrimas a nois lassade, A bois su piantu non cumbenit; sa mancia chi han fattu a s'eredade, Solu su samben sou la trattenit. Eccolu inoghe su ferru de su moro, Leadelu e trapassadeli su coro! ( Le lacrime lasciatele a noi (donne) - a voi non s'addice il pianto - la macchia che ha fatto (l'uccisore) alla famiglia (vostra) - solo il sangue potrà cancellarla. Eccolo quì il pugnale del moro - prendetelo e trafiggetegli il cuore!) Con l'avvento della Chiesa l'uso delle prefiche fu diminuito a causa di minacce di dannazione. Il morto è collocato in mezzo alla camera o in cucina, su un letto funebre simile ad un tavolino ricoperto da un lenzuolo, i piedi rivolti alla porta secondo uso romano. In attesa delle visite le donne “spremono” un po' di lacrime presso il letto funebre, poiché la morte porta con sé sempre arsura a cui è necessario sopperire. Gli uomini si riuniscono in una stanza attigua a quella del morto, le donne si siedono sul pavimento alla turca formando la riga (sa ria). La più stretta parente è al capezzale del defunto e vi resta sino al trasporto senza abbandonare mai il suo posto. I visitatori baciano il crocefisso sul letto e recitano un requiem, i vicini sono obbligati a mandare alla famiglia del defunto il sa'cconortu o pranzo di cordoglio che è offerto con parole specifiche : "Picae custu in memoria de su caliche de sa margura" Accettate questo cibo in memoria del calice dell'amarezza. (si allude alla tazza di aceto e fiele che fu presentata a Gesù quando dalla croce chiese da bere). E quelli della famiglia rispondono: "A bollu torrare in cosas de bonu" Ci auguriamo di rendervi il contraccambio in una fausta occasione.” Secondo alcuni studiosi i pianti e le usanze funebri non proverrebbero da Roma ma dall'oriente, precisamente dagli Etruschi. La notte che precede il funerale si è soliti preparare la veglia con un cena funebre da parte dei parenti del defunto. Il banchetto consisterebbe in pane, acqua e miele, preparato simbolicamente anche per il morto per non farlo partire con lo stomaco vuoto. Il miele è da ricondursi alle api, legate ai riti funebri poiché rappresentano l'anima del beato. L'uscio della cucina è lasciato aperto e sul liminare è posto un lume affinché le anime dei parenti morti possano venire a far visita, anche per loro è allestito un banchetto. Tra i cibi della cena funebre spiccano: torte, uovo (simbolo di rinascita, poiché sorge la vita dall'apparente morte) e fave in cui la tradizione ritiene si racchiuda l'anima dei morti o dei neonati; simbolo di vita poiché la forma ricorda l'embrione e se bagnata nell'acqua si carica di principi fertilizzanti e per questo legata alla fecondità. In senso negativo la fava contiene l'anima del morto e per questo motivo nei misteri orfici e per i pitagorici si trattava di un cibo tabù e non potevano neanche essere guardate. Legate alle anime, in alcune zone d'Italia in occasione del due novembre si preparano dei dolci dette fave dei morti a base di mandorle che ricordano la forma del legume. Quando il cadavere deve essere trasportato, se non è pesante, le fanciulle e le donne si occupano di portare la salma al camposanto e gli uomini restano in casa. Esse recano in mano una candela che non deve spegnersi troppe volte, altrimenti significa che il defunto non merita il paradiso. Ad intervalli il feretro si ferma e viene posto su un tavolino affinché vi si possa pregare intorno, più sono le fermate, più la famiglia dell'estinto ha pagato il clero. Al camposanto il cadavere viene sepolto subito senza essere adagiato in camera mortuaria, non vi è becchino ma i parenti stessi gli scavano la fossa. Adagiato l'estinto vi si butta terra e sassi per non vederlo più vagare sulla terra. In quel momento la leggenda sarda vuole che il morto riapra per tre volte gli occhi e si ricordi di tutta la vita passata. La sera e per i quattro giorni successivi al funerale si ricevono visite in casa dell'estinto, gli uomini consolano gli uomini e le donne le donne. Viene offerto del vino bianco e si parla del defunto, della sua vita o eredità. Il vino è importantissimo, se si voleva bene al morto bisogna bere in suo onore, un fiasco è mandato dalla famiglia che ha subito la perdita anche alla sagrestia della parrocchia e questi devono ricambiare mandando un'altra damigiana di vino agli offerenti. Trascorsi sette/nove giorni dalla morte della persona, si celebra il giorno del dono funebre, durante il quale si offrono doni di cibo o elemosine ai poveri e a tutti i conoscenti del morto che devono ricambiare la gentilezza recitando un rosario in suo onore. I vicini della famiglia in segno di rispetto si vestono di nero e le vedove devono uscire il meno possibile o per nulla, se non per recarsi in chiesa, meglio se all'alba. Alcune donne restano chiuse in casa senza cambiare le vesti del lutto fino a che non cadono a brandelli, mentre per gli uomini portare il lutto equivale a farsi crescere la barba. Nella Via del male, Grazia Deledda, riporta il rito funebre che si tiene in onore di Francesco Rosana: “Le prefiche erano due: la balia e una zia del morto; la prima era un piccola vecchia vestita di nero, con due grandi occhi azzurri in un visino bianco e molle; l'altra vestiva con lusso, e la cintura d'argento sul bustino di velluto verde si sprofondava nella sua vita grassa. Questa prefica aveva una bella voce sonora, e godeva fama pei suoi attitidos; finché Maria aveva assistito alla ria le due donne s'erano limitate a ricordare le virtù del morto, le sue nozze recenti, l'infanzia lontana. Ora invece descrivevano la scena orribile della sua morte, la desolazione della vedova; invocavano vendetta e imprecavano contro l'assassino. "Nostra Signora del Monte", cantava la balia che sembrava molto commossa e si asciugava ogni tanto gli occhi con la manica della camicia, "tu che sei misericordiosa coi buoni, sii implacabile coi malvagi. Punisci in questa vita e nell'altra colui che ha assassinato l'uomo più mite della terra, il mio figlio di latte, il garofano mio." "Francesco Rosana", diceva la zia del morto, "oh, tu che eri il più bel sogno di tutte le fanciulle nuoresi, tu che eri il fiore dei giovani, quando baldo e fiero sulla tua cavalla bianca attraversavi le tue tancase facevi mille progetti per l'avvenire, pensavi che tu saresti morto in modo così orribile? Ma chi di ferro ferisce di ferro perisce. Maledetto colui che ti ha colpito; maledetto." "Maledetto: quante gocce di latte ho dato al morto, tante ferite ti trapassino il cuore, assassino! Ah, figlio mio di latte, tu dunque non rivedrai più la tua sposa; tu non cullerai i tuoi figli, come io, che non ero tua madre, ti ho cullato..." "Oh, sorte tremenda; i nipoti ricorderanno la morte di Francesco Rosana, imprecheranno contro l'assassino. Non vedeste? Ieri il sole era pallido e le nubi coprivano i monti, perché anche il cielo piangeva la morte di questo giovine amato e generoso. "Eri giusto e fedele, eri l'orgoglio della tua stirpe, l'appoggio e la stella dei tuoi parenti. Ora la tua sposa piangerà, vestita di nero come la Madonna dei Sette dolori, ed i tuoi parenti cammineranno a testa china per tutto il resto della loro vita." "Ma perché sei tu andato nel tuo ovile, conducendovi la tua sposa che doveva poi ritornare sola alla sua casa esolata?" "Invano ora le tue terre ed i tuoi armenti e i tuoi pascoli ti attenderanno; la messe ingiallirà, ma il padrone non benedirà più col suo sguardo l'abbondanza della raccolta." "Eri onesto e giusto, bianco come l'agnello appena nato; perciò ti hanno sgozzato, ed il tuo sangue colorì i rovi dello Spirito Santo." "Persino i banditi s'inchinavano davanti a te; eri onorato da tutti, o gioiello d'oro, bellissima viola, che lasciasti tutti i cuori spezzati..."Noi ci strappiamo i capelli, chiedendo vendetta alncielo. Sia maledetto il latte che nutrì il tuo assassino; spuntino rovi sul suo cammino; che la giustizia lo afferri e ne faccia strazio." "Con sette colpi di pugnale bucarono il tuo cuore come si buca un pezzo di sughero; settanta anni ed altri sette duri la pena di colui che ti ha ucciso a tradimento." "Dio è buono; egli chiamò a sé il padre tuo e la madre tua prima di questo giorno nefasto; ma chi conforterà la tua sposa, o nipote mio bello, o fiore mio, o nipote mio, che non rivedrò mai più?"

PUBBLICATO 13/01/2021 | © Riproduzione Riservata





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