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Draghi e la comunicazione istituzionale

Foto © Acri In Rete
Giuseppe Donato
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Nell’immaginario collettivo dell’italiano medio ha ormai preso piede l’assoluta convinzione che nel posizionare il premier Mario Draghi sulla poltrona più ambita dagli uomini e dalle donne partito che dominano l’italica scena politica (a chiacchiere e solo quando tutto va bene!), avrebbe giocato un ruolo non marginale quella famosa troika (di cui faceva parte egli stesso!) per lungo tempo impegnata informalmente a difendere i creditori ufficiali nelle operazioni di negoziazione con i paesi che rischiavano di subire l’onta del default, se non altro per garantire l’onorabilità dei capitali investiti dalla BCE con l’operazione Quantitative Easing, grazie alla quale l’Italia è riuscita a mantenere la permanenza nel club dei 27 paesi membri, urtando e non poco la sensibilità di colossi come la Germania e i cosiddetti paesi frugali, che in occasione della ripartizione delle risorse del Recovery Fund accordate al nostro paese (209 miliardi circa), non hanno risparmiato critiche feroci al Governo italiano, spesso ritenuto poco credibile in materia di riduzione del debito pubblico e avvio delle riforme strutturali.
Restava flebile però il dubbio che all’economista Mario Draghi non corrispondesse un omologo statista oppure che non gli fosse consentito in quest’ultima veste di muoversi con assoluta libertà, finendo per replicare certe costrizioni alle quali ci aveva abituato il precedente premier con la pochette, sovente tirato per la giacchetta nelle due edizioni governative (gialloblù e giallorosa) sortite dall’inconcludente risultato delle elezioni politiche del 2018.
Almeno ciò trapelava dalle traballanti e stitiche conferenze stampa alle quali ci aveva abituato il premier fino a ieri (18/6, ndr), quando, in preda ai bollori dettati dall’inconcludenza di alcuni membri dell’esecutivo (il ministro Speranza sembrerebbe in dirittura d’arrivo!), si è presentato ai giornalisti smontando e smentendo quanto di fatto comunicato nei giorni precedenti da Ema, Aifa, Cts e Ministero della Salute in merito al prosieguo della campagna vaccinale dopo il pasticcio messo in scena dal combinato disposto Speranza-Figliuolo-Regioni, culminato nell’ennesimo balletto dei limiti di età per la somministrazione del preparato anglo-svedese AstraZeneca.
Apriti cielo! Lo stesso premier comunicava ai giornalisti di aver programmato la conclusione del suo ciclo vaccinale preferendo la somministrazione eterologa (mix vaccinale) avendo ricevuto come prima dose AstraZeneca e resosi conto del magro risultato anticorpale generato dalla stessa!
Ma come, non si era detto che gli over 60 dovevano completare il ciclo vaccinale con la seconda dose di AstraZeneca e che la stessa era preclusa invece ai 18-60enni che avrebbero dovuto proseguire con una dose di siero mRna (Pfizer o Moderna)?
No problem! SuperMario ha compensato la magra figura rimediata con il cambio al volo della sua somministrazione, promettendo ai 18-60enni di poter scegliere sotto la propria responsabilità (perché prima di chi era la responsabilità?), dopo aver ricevuto adeguate informazioni dal medico vaccinatore sui rischi che si corrono con la somministrazione del vaccino AstraZeneca, di procedere con l’inoculazione di una seconda dose omologa alla prima, ma alternativa a quella che resta comunque consigliata dal Cts ovvero quella a mRna.
E vissero tutti felici e contenti (almeno fino alla prossima conferenza stampa del premier)!

P.S.: SuperMario ha avuto parole di biasimo anche per i supporters della conclusione dello stato di emergenza, attualmente fissata per il 31/7, ritenendo prematuro parlarne in anticipo di un mese e mezzo circa e tanto per cambiare tra questi “facinorosi” pare che ci fosse anche il ministro Speranza, reo di aver anticipato il tema nei giorni

PUBBLICATO 21/06/2021 | © Riproduzione Riservata



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