MOSTRE Letto 2114  |    Stampa articolo

De Vincenti: poeta del colore e della luce

Foto © Acri In Rete
Angelo Gaccione
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Mi è capitato spesso di sentir dire che la pittura, o almeno un certo tipo di pittura, non avrebbe più alcun senso, dal momento che la fotografia, e soprattutto i mezzi tecnici più innovativi e sofisticati, sono in grado di restituirci la realtà più fedele della realtà stessa. E quanto all’astrazione, alla possibilità infinita di riprodurre colori e forme, - forme persino in movimento – i computer sono più visionari e inventivi del più eccitato dei cervelli: persino di quelli stimolati dall’acido lisergico e dalle sostanze psichedeliche più potenti in circolazione. L’errore di accostare in maniera impropria due linguaggi completamente differenti quali sono la pittura e la fotografia, è fin troppo evidente. Quanto alla mitologia del mezzo tecnico, vorrei sommessamente ricordare che senza la consapevolezza e l’immaginazione di chi lo usa, il mezzo è muto. Ed è sempre l’artista che ha le idee e sceglie, il mezzo - di idee - non ne ha alcuna. Ma c’è una pittura (una forma di pittura) come questa di Giuseppe De Vincenti fatta di luce mediterranea, di trasparenze, di meriggi assolati, di edifici su cui la luce si è rappresa, vi si trattiene per esaltarne i colori: il turchese, il giallo dorato, il cobalto… e che si espandono, si effondono nei riverberi di un tramonto, nelle strisce di mare, nei casolari, nella sera che cala sprofondando dentro tonalità differenti di blu. Sono frammenti di visioni questi quadri, paesaggi silenti, quieti, immoti, dove la figura umana è assente, e tuttavia sappiamo che la vita non è stata abolita perché tutto è ben tenuto: la vegetazione, i campi, le case lungo la costa, i binari della ferrovia, le colline. Sono visioni familiari di un paesaggio che conosciamo; scampoli di paesaggio isolati in un dettaglio, in un particolare che li rende ancora più affascinanti e memoriali. Sappiamo che la pittura è stata ed è racconto, allegoria, simbolo e quant’altro; qui, invece, in questi olii di De Vincenti, ci troviamo davanti a visioni evocative, poetiche, memoriali, che agiscono su di noi in maniera sensoriale: guardiamo quel cielo e non possiamo fare a meno di ricordare, di evocare, di sentire. C’è un dipinto fra quelli esposti che esprime questo tipo di stato d’animo esistenziale. Si tratta di una veduta circoscritta di casolare ed è come se fosse stato “preso” dall’interno; come se fosse stato fotografato per mettere in evidenza solo il limitato perimetro che va dalla posizione di chi guarda, fino alla finestra che funziona da fulcro della scena. Lo sguardo è catturato dall’angolo con la finestra semichiusa, dai cui rettangoli filtrano delle strisce di luce che si stagliano sulla parete in basso di sinistra, e sull’impiantito dove si immaginano brandelli degli scuri, pezzi di infissi scardinati di quella aperta a metà. L’efficacia e la riuscita di questo dipinto sono dovute alla scelta saggia di avere optato per una parziale rappresentazione dell’ambiente, in modo che lo sguardo si concentri su un punto solo e verso l’azzurro del fuori che ci rimanda il cielo. Per come è concepita la scena, è possibile anche dall’esterno allungare lo sguardo nel dentro per spiare un ambiente completamente spoglio e privo di qualunque suppellettile. Non fatevi depistare dal titolo di questo quadro e del suo Omaggio a Edward Hopper, qui l’atmosfera non ha niente che vedere con l’inquietante solitudine metafisica e perturbante del pittore americano. È un dipinto realizzato con una forte dose di realismo, con le macchie di sporco, gli aloni di umido che corrono lungo le pareti fino ad un triangolo accennato di soffitto, colto in prospettiva tridimensionale. Quello che posso dire, per concludere questa nota senza pretese, è che la fedeltà di De Vincenti al suo mito mediterraneo, alla luce che lo sorregge, alle visioni, lo ha premiato e risarcito. La coerenza del suo discorso ha attinto con caparbia determinazione senza derogare, senza fughe, senza dispersioni lungo territori ibridi, a quell’unica fonte, e così ha potuto giungere ad una sintesi estrema, ad una essenzialità purificata da qualsiasi aporia, arrivando con l’esperienza e l’applicazione a trovare una cifra personale e riconoscibile, una sua impronta. Un poeta del colore e della luce, questo mi sentirei di dire oggi di De Vincenti, dopo una vita intera dedicata alla pittura. Un cantore della luce del Sud e dei suoi elementi: così umili, così indispensabili. Via Leonardo da Vinci 19, 40069 – Ponte Ronca di Zola Predosa (Bo). Sabato e domenica 10.00-12.00 / 15.00-18.00 previo appuntamento. Gli altri giorni visite alla mostra previo appuntamento

PUBBLICATO 14/10/2022 | © Riproduzione Riservata



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