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A proposito di TAssa sui RIfiuti

Foto © Acri In Rete
Leonardo Marra
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Ecco, ci risiamo, ogni anno, puntuali come le tasse (appunto), arriva il salasso dei tributi comunali.
Ora è il turno della TARI (tassa sui rifiuti).
Sono lontani gli appelli con i quali l’allora sindaco invitava i cittadini, attraverso ogni mezzo di comunicazione, ad una nuova coscienza ecologicamente ed economicamente più sostenibile e corretta: ”Facciamo la raccolta differenziata”, “Meno rifiuti sversiamo nelle discariche, meno soldi il Comune dovrà sborsare”, “Meno il comune paga e meno pagheranno i cittadini”, “Nel giro di un paio di anni, vi prometto che la tassa sui rifiuti sarà diminuita”.
Ricordate? Con questa “campagna pubblicitaria” veniva annunciataqualche tempo fa, l’introduzione della raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani e noi, poveri mammalucchi (in senso figurato), prendendo per oro colato le promesse, riempivamo diligentemente i mastelli della carta, della plastica, dell’umido e via dicendo, nella speranza di ottenere anche qualche vantaggio economico.
Sti catzi!  I tributi dal 2019 ad oggi sono aumentati quasi del 35%.
Ora, sia chiaro, a prescindere dalle promesse, la raccolta differenziata è una scelta assolutamente condivisibile e comunque, già da allora, indifferibile. Pagare i tributi comunali (purché se ne usufruisca e siano equi e compensati dai servizi resi al cittadino) è cosa giusta.
Quello che fa male, però, è la sensazione che, per ripianare i debiti di una cattiva gestione della “res publica” protrattasi per decenni e della quale i cittadini non hanno alcuna colpa, si ricorra, anno dopo anno, all’aumento delle imposizioni comunali.
A volte mi chiedo (in maniera del tutto retorica): “Ma i nostri amministratori vivono in questa città o ci vengono solo in trasferta?” e soprattutto, questi signori, amano veramente questa città o sono solo “politicamente di passaggio”?
Eh sì, perché agli occhi di chi 23 anni fa decise di tornare a viverci e di investire i risparmi di una vita nell’acquisto di una casa, tutto quello che quotidianamente ci circonda gli fa dire:” Ma chi me lo ha fatto fare?”.
Io non capisco, in una città che si spopola, dove le attività commerciali si riducono a bar, pizzerie, alimentari e pompe funebri, dove gli uffici pubblici chiudono ed i cittadini sono costretti a percorrere decine di chilometri per le loro esigenze, dove i servizi vengono ridotti al lumicino, le strade sono uno stillicidio di buche, le erbacce la fanno da padrona e l’ospedale cittadino rappresenta, ormai, solo un deposito di speranze disilluse, dove il palazzetto dello sport (una realtà che poteva fungere da aggregante/catalizzatore) è lì a marcire, in una città così ridotta, l’unica cosa che riesce bene è l’aumento dei tributi?
Ah annamo bene...proprio bene...”, come diceva la Sora Lella.
In un panorama così desolante, dove lo spopolamento la fa da padrone ed il compimento della maggiore età rappresenta il momento in cui ci si allontana per sempre da questo luogo dormitorio, dove le persone in là con gli anni hanno abbandonato le speranze e l’unica rimasta è quella di non dover mai ricorrere all’assistenza sanitaria d’urgenza, in un posto dove si ha la sensazione di vivere in un loop temporale con un giorno fatto degli stessi riti e delle stesse azioni ripetute all’infinito, in un tale panorama, invece di cercare soluzioni che invoglino i giovani a restare ed investire nelle loro “radici”, di incentivare lo sviluppo, promuovere le idee imprenditoriali e proporne di nuove, invece di migliorare le condizioni di vita ed attrarre nuova linfa, ci si crogiola sugli scranni, si riscalda una minestrina, ogni tanto si “rimpasta” il lievito madre (ma il pane rimane sempre lo stesso), talvolta si propone un consiglio comunale “agitato, ma non mescolato” e ci si “scazza” per la “fuffa fritta” (ma le buche per strada rimangono), in un panorama da esodo biblico, dove ci si barcamena con il quotidiano, avendo in mente solo la prossima campagna elettorale e le promesse da propinare ad un pubblico ormai esausto ed “esaurito,  l’unica idea “innovativa” è: aumentiamo le tasse, alla stregua delle finanziarie del secolo scorso.
Come se poi un “Nettuno in piazza” o qualche altra “pittoresca” opera d’arte o trovata estemporanea che dir si voglia, possa, di suo, incentivare l’interesse per questo luogo incastonato fra le montagne e il mare, dove una volta si veniva a cercare l’aria buona e il buon cibo, ed ora, invece, il turista ci capita solo per sbaglio.
Beh! Direi che meglio di così non si poteva sperare.
Ma, come diceva Cicerone nella sua Catilinaria: “quousque tandem, Catilina, abutere patientia nostra?” che tradotto significa più o menu (forse è ora che cominciate a prendere atto dei vostri limiti e a dare conto dei nostri soldi).

PUBBLICATO 11/06/2023 | © Riproduzione Riservata



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