Venghino signori venghino, nuovo giro a carico dei fessi
Franco Bifano
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I tifosi, in generale, sono una risorsa straordinaria. L’amore incondizionato che coltivano per la loro squadra è qualcosa di quasi mistico. Non importa se questa perde dieci partite di fila, se l’allenatore sembra fare scelte a caso o se il centravanti non segna neanche a porta vuota. Il tifoso è sempre lì a sostenere, a incitare. Perché? Perché sente un senso di appartenenza, perché ama i colori e perché lo spirito di squadra viene prima della logica e spesso anche della ragione.
Il tifoso è così e c’è poco da fare. Il problema è quando questa modo di sentire viene trasferito alla politica, a tutti livelli, nazionale, regionale e comunale. Per chi fa politica, dividere il popolo in fazioni ostili è una vecchia strategia. “Divide et impera”, per dirla in latino. Così, mentre i “tifosi” litigano tra loro per difendere il proprio "capo", il politico continua a governare indisturbato anche prendendo decisioni che danneggiano la Nazione, la Regione o la comunità (o tutte insieme). Del resto chi può fermarlo se ogni critica viene vista come un attacco al proprio "leader", invece che come un segnale di allarme sulla cattiva amministrazione? Quando i cittadini smettono di essere elettori consapevoli e diventano tifosi, tutto si ingarbuglia e il politico modesto si rallegra. I “tifosi” peggiori sono quelli spinti dall’interesse personale. Si riconoscono perché, gira che ti rigira, sono sempre dalla parte del vincitore. Tremendi! Diventano “capi ultrà” privi di scrupoli e di valori. Disposti a cambiare colori e casacca con la stessa credibilità che ha Rocco Siffredi vestito da idraulico. Così, mentre i “tifosi” si beccano come galletti, il politico può prendere qualsiasi decisione sbagliata, può devastare un territorio, mandare in rovina una Regione o una Nazione; fare promesse anche assurde e non mantenerne neanche una. Tanto i suoi supporter saranno sempre e comunque pronti a difenderne l’operato, soprattutto a colpi di post sui social (che vanno tanto di moda) contro tutti e tutto. Perché il tifo non ragiona, il tifoso si affida al capo (anche quello interessato si genuflette). Un politico mediocre ma furbo, alimenta o spesso crea la divisione tra i cittadini, per approfittarne e consolidare il proprio potere piuttosto che fare l' interesse comune. Così alla lunga, si finisce per pagare il prezzo di questa “follia collettiva” senza neanche rendersene conto, beatamente soddisfatti, come un tacchino nel Giorno del Ringraziamento. La politica dovrebbe essere, invece, il campo della ragione, del confronto, delle idee e del merito. C’è stato un tempo nel quale i partiti erano il cardine di queste cose. Nelle sezioni si affinava il pensiero e prevalevano le idee lungimiranti per costruire un futuro migliore. Il tifo apparteneva agli stadi. Oggi le sedi di partito sono sempre più spesso scatole vuote, luoghi senza anima, strumenti utili per conquistare potere. Il guaio però è che allo stadio il danno peggiore che si può subire è perdere la partita con un autogol all’ultimo minuto. In politica, invece, subire un “autogol” può voler dire dover rinunciare a qualcosa di importante come la perdita di servizi indispensabili o di cospicui finanziamenti o di grandi opportunità. Insomma un autogol può compromettere, irrimediabilmente, il destino di territori e di intere comunità, con buona pace degli “ultrà” che poi, dimenticati i danni fatti, sono già pronti a salire sul carro del nuovo vincitore e ripartire per il nuovo giro sulla giostra. Venghino signori venghino, divertimento assicurato e biglietto a carico dei fessi. |
PUBBLICATO 06/02/2025 | © Riproduzione Riservata

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