LE STORIE DI MANUEL Letto 2712  |    Stampa articolo

Una fetta di pane raffermo

Foto © Acri In Rete
Manuel Francesco Arena
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Era cresciuto tra le montagne della Sila Greca, dove il verde di pianure a perdita d’occhio si confondeva al quasi bluastro delle impenetrabili pinete.
In quel luogo solitario che sembrava fuori dal mondo, al ritorno di scuola il suo passatempo preferito era quello di girovagare senza meta e scoprire nuovi luoghi: guadava a piedi nudi il vicino fiume, saliva sulle querce a spiare gli uccellini nei nidi e camminava lungo i tratturi percorsi in tardo autunno dalle mandrie che andavano alla transumanza. Quando prima di sera esausto tornava a casa, dopo fatti i compiti che non tralasciava mai, sua madre era solita preparargli una fetta di pane ammollato cosparso di zucchero.
All’epoca, in quei tempi poveri e lontani quando duro era pure il pane, per il ragazzino quella merenda era il meglio che potesse immaginare.
Tant’è vero che viveva quasi nell’attesa che arrivasse subito quell’ora per gustare la sua fetta di pane dolce ammollato.
Intanto passò veloce il tempo e una volta finita la scuola, dovette partire per trovare un lavoro. Nella città si guadagnava bene e soprattutto c’era sempre pane fresco, cioccolate, caramelle e merendine varie in abbondanza. I tempi erano cambiati visibilmente in meglio e non mancava davvero nulla, tranne che la famiglia e la propria terra.
Un giorno però dopo tanti anni, quando era invecchiato ed i suoi capelli da lunghi e neri come le piume del corvo si erano trasformati in radi e bianchi come la neve, decise di tornare in vacanza su quelle montagne della Sila Greca che lo avevano visto crescere felice.
Il tetto della vecchia casa rimasta vuota di voci ed abitata solo dai ricordi e dalla nostalgia, rischiava di andare giù da un anno all’altro sotto il peso dell’abbandono se non ci avrebbe messo mano. Davanti alla porta, inoltre erano nati un fico selvatico e dei roveti dove a fatica si apriva appena un varco.
Con se in quel effimero ritorno, per compagnia aveva portato il nipote di dieci anni.
Proprio come lo era stato egli da piccolo, quest’ultimo era un bambino curioso e dagli occhi vispi. Lo aveva portato fin lì per fargli vedere quei posti di cui tante volte gli aveva parlato: quei posti che a sentirli narrare dalle labbra del nonno per un frugolo nato e vissuto sempre in città, apparivano affascinanti come lo possono apparire per un lettore quelli esotici e lontani descritti da Emilio Salgari. Insieme nonno e nipote fecero una lunga passeggiata.
Era cambiato tutto dalla sua infanzia negli anni notò l’anziano: il fiumiciattolo che si divertiva ad attraversare a piedi nudi, ora era quasi rinsecchito.
Così anche i tratturi dove nessuno passava più erano stati quasi totalmente cancellati dalle ginestre.
Eppure ogni cosa, anche una singola pietra suscitava in egli un ricordo che prendeva vita in un racconto per il nipotino che lo guardava con quei suoi occhioni neri tutto meravigliato. Nel tardo pomeriggio tornarono a casa ed accesero il focolare.
C’era un’aria abbastanza umida e fresca come è tipico sull’Altopiano sul far sera.
Ai muri stavano appesi ancora i vecchi quadri impolverati di un tempo. Il nonno cavò dalla dispensa un pane rotondo che aveva comprato di proposito qualche giorno prima e ne tagliò due fette. Al contatto con il coltello, il pane fece tak: segno che era raffermo al punto giusto. Poi lo mise in un piatto e lo bagnò con un po' d’acqua.
Infine, per la meraviglia del nipotino che seguiva con attenzione tutte le scene, fu il momento di cospargerlo con due mangiate generose di zucchero.
“Questa era la mia merenda preferita:” disse semplicemente quando iniziarono ad addentarla l’anziano.
“Che buona! Da oggi sarà anche la mia” affermò sinceramente il nipotino. Quando ebbe finito, sorridendo chiese di averne ancora un po'.
Il nonno sospirò, non saprebbe dire se era più emozionato o malinconico in quel momento. Intanto fuori cantava il cuculo.
Era giunta la primavera.

PUBBLICATO 08/03/2025 | © Riproduzione Riservata



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