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Da cittadino a cittadino

Foto © Acri In Rete
Angelo Bianco
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Ho letto quanto ha scritto il professor Bonacci (clicca qui, ndr), è un uomo di cultura ed esponente di punta della giunta comunale, è mio piacere e mio dovere conoscerne il pensiero.
C’è un passaggio in cui fa critica a chi non vive la quotidianità della città, ho pensato che si rivolgesse a me e, allora, rispetto e confronto civico vogliono che io gli renda risposta, anche soltanto per spiegare che la mia riflessione su Acri non vuole imputare a nessuno di essere unto da un “maleficio politico”!
A proposito di cultura, quando ho presentato il mio libro e ho voluto che fosse Acri a battezzarlo, c’era anche lui, lo ringrazio ancora, e ne ricordo una critica, che io non ho condiviso ma lui la reitera anche in questo suo nuovo intervento, forse, perché è la madre di tutte le critiche quando è a me che fanno riferimento.
Spiegava (e spiega) che chi bacchetta oggi Acri, riportando l’esempio del paese che fu, manifesta semplicemente un sentimento di nostalgia improduttiva, si chiama fuori dal passo coi tempi, nega il progresso che è la causa paradossale ed apparente del regresso perché a “Gigi e mascella” si è sostituito il centro commerciale e al cinema, le multisala per fare due esempi semplici, semplici.
La sua sintesi è che io scrivessi (e penso) di un paese fantasma, non assumendo, però, la responsabilità civica e storica di vivere in quello reale e, sempre secondo il suo pensiero, è dalla residenza che si deriva titolo di critica, perché di Acri possono parlare con “oggettività” solo gli acritani quotidiani.
È una lettura che ho sempre respinto al mittente perché tutti noi rimpiangiamo di non avere più tanti capelli o di avere la pelle rugosa ma questo non significa non accettare l’età che si vive o, peggio, viverla male, cercando chissà quale elisir che restituisca eterna giovinezza a noi o al paese in cui viviamo.
Criticare quanto è oggi Acri, caro professore, non segna l’inizio di una campagna elettorale che, per inciso e al netto dell’ipocrisia di convenienza, è, comunque, sempre in essere, né tantomeno è voler essere qualunquista, populista, o, ad usare sempre sue parole, “distruggere inconsapevolmente una città”.
No prof, non è niente di tutto questo, è solo offrire uno spunto di riflessione civica sul quale coagulare l’attenzione e la capacità critica della comunità, cui mi onoro di appartenere, anche se abito a La Spezia anche se non passa giorno che io non chieda di Acri, tra giornali ed amici e anche questa è quotidianità.
Ho già scritto che non ho alcun preconcetto riguardo la capacità amministrativa dell’attuale giunta comunale, non evoco promozioni o bocciature, non è questo il dovere di un cittadino serio, quanto invece quello di invocare attenzione democratica ai problemi del paese, non è mai critica distruttiva e chi lo pensa “mente sapendo di dover per forza mentire”.
Ritorno a scrivere che in un paese come è Acri, dove le ideologie diverse devono essere unite dall’interesse di tutti, il razionale politico che muove le scelte del Sindaco non dovrebbe essere propedeutico alla propria carriera politica ma ai bisogni dei cittadini e sostituire gli assessori, di cui lui canta le lodi, è fuorviante e paradossale rispetto a questo principio, altrimenti il gene civico è mutato da un “maleficio politico”, questo si che lo è.
Mi rincresce osservare che quanto poi chiosa il professor Bonacci, alla fine dell’elenco delle opere fatte, come se questo fosse titolo straordinario e non di ordinaria amministrazione perché, altrimenti, non si capisce a cosa serve governare se non a “fare”, affonda nei luoghi comuni del politichese, peccato.
Si va dalla rappresentazione di Acri come un paese “accogliente e solidale”, come se fosse un’eccezione alla regola di tutti i paesi, alla negazione dell’apocalisse, che nessuno immagina alle porte di Padia, all’ammissione che ci sono criticità oggettive, che tutti pensano, sino a promettere che tutti insieme possiamo farcela perché “noi agiamo nell’interesse della comunità, ascoltandone le istanze” e concludere, poi, con il più classico degli stornelli, che è la “speranza” riposta nei giovani consapevoli.
È tutto condivisibile ma anche, mi permetterà, banale, lapalissiano degno di un Cetto qualunque, non da chi è un politico navigato che non ha bisogno della retorica per avere consenso.
Caro prof., non ho consigli da darle ma posso parteciparle quanto penso senza averne pretesa di ragione ma di sincerità civica, si, così, che lei non abbia da interpretarlo ma solo, se vorrà ascoltarlo, prenderne atto per quello che è, è solo quello che penso da cittadino di Acri.
Io non pretendo di ritornare al passato, quando ne converrà anche lei, Acri era, davvero, centrale nella provincia e nella regione con l’ospedale, l’ENEL e gli uffici tutti, affermarlo oggi è, davvero, suvvia, antistorico.
Il tempo scorre, ne sono consapevole e, pur tuttavia, io tornerei a vivere nel mio paese perché è la mia radice ed è sana e anche in una strada vuota di tutto io mi sento in mezzo a tutto quello che voglio perché sono un punto che, unito agli altri, formiamo una comunità vera che non è la regola per altre decantate ed aspirate realtà cittadine ma non voglio sfidarla in apparente banalità, vengo al punto.
Io non pretendo la luna nel pozzo, ad un cittadino di un qualunque paese interessano poche cose ma che siano di tutti i giorni, come la sicurezza della strada su cui passeggia, illuminata e pulita come è la sua casa, che l’acqua scorra incolore, inodore ed insapore dal rubinetto, che il dolore di una malattia abbia un riferimento sicuro a cui rivolgersi, che l’istruzione dei figli sia garantita, che l’energia di un ragazzo possa avere uno sfogo sociale e culturale strutturato nel tempo.
Mi perdonerà se tutto quanto ho, adesso, rappresentato era la mia Acri al netto, però, di quanto non ha più.
No, non è un refuso, non è nostalgia canaglia, è solo quanto chi amministra un paese, una città, una nazione è in dovere di assicurare al suo elettorato e non cerca alibi e ragione nel tempo che non c’è più.
Il dovere è anche nell’esercizio delle dimissioni quando la ragione è nella incapacità perché, magari, chi amministra non ne è solo capace, la passione non può bastare e, allora, può rimettere il mandato e fare ritorno al suo mestiere perché tutti abbiamo studiato per un altro mestiere, alla politica si dovrebbe essere solo prestati e non giurarle amore eterno.

PUBBLICATO 22/07/2025 | © Riproduzione Riservata





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