Tra indifferenza e rassegnazione a perdere è la democrazia
Manuel Francesco Arena
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Qualcuno a volte osa dire che il peggior nemico della Calabria sono i calabresi. Come non essere d’accordo? Una terra ricca almeno sulla carta ridotta ad essere, udite udite, una tra le più povere d’Europa. Perché?
E’ facile dire che la colpa è dei governi, dei politici, dell’Europa, dei dinosauri o dei granchi blu. In realtà se non si fa introspezione ed autocritica, non si va da nessuna parte. Come si può dare la colpa a qualcosa o qualcuno se in tempo di elezioni il 57%, parliamo della stragrande maggioranza, decide di non recarsi alle urne? Piangere! È questo lo sport “regionale” che più ci viene meglio. In fondo ce ne rendono merito in tutta Italia per questo nostro essere sempre fatalisti. Ma piangere mi chiedo, cosa serve se disertiamo anche la maggiore espressione democratica che esiste quali sono le libere elezioni? Non recandoci alle urne significa lavarsene le mani: la morte della democrazia partecipata, accettare quello “che passa il convento”, nonché delegare gli altri senza prenderci le nostre responsabilità. Un popolo che vive in un luogo già di per sé ricco di molteplici criticità, il quale decide di non farsi carico delle scelte che riguardano il proprio futuro, consentitemi di dire così, può chiaramente considerarsi l’isola felice dei tafazzisti. Scegliere nella cabina con la matita in mano, è un esercizio di coscienza immenso che per averlo i nostri nonni hanno dovuto lottare a volte anche con il sangue. Perciò perdonatemi se credo che la gente che decide di non recarsi nella cabina con matita in mano, non ha giustificazioni. Ancor più quando in un secondo momento si lamenterà. Bisogna sempre nel bene o nel male farlo il segno sulla scheda. Altrimenti ciò diventa un chinare la testa. Diventa rassegnazione. Diventa accettazione. Diventa indifferenza. Ah! A proposito di indifferenza, come scriveva Antonio Gramsci: “...Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo? Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime...” |
PUBBLICATO 07/10/2025 | © Riproduzione Riservata

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