Dare senso alle azioni e al tempo
Giuseppe Donato
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Mancano 30 giorni al Natale e la spietata campagna di marketing che si appropria delle festività di fine anno, raggranellando il più alto numero di ostaggi da spolpare fino all’ultimo centesimo delle tredicesime mensilità che stanno per palesarsi sulle movimentazioni contabili più o meno ridenti di dipendenti e pensionati, ha già schierato le proprie truppe armate fino ai denti di ampi sorrisi e innumerevoli tentazioni.
Dimentichi del travagliato viaggio intrapreso da un falegname e dalla sua minuta quanto celestiale compagna, alla ricerca di un luogo sicuro dove far nascere il re dei re, nugoli di consumatori sciamano da un’attività commerciale all’altra per portare a compimento l’estenuante rito della rievocazione civile e religiosa della Natività. Le bandiere ucraine e palestinesi con le quali ci si ammantava orgogliosamente fino a qualche istante prima raggiungono, repentinamente raccolte e adagiate in fondo ai cassetti del dimenticatoio, quelle della nazionale di calcio, ancora intrise di accorata speranza che, diversamente da quella alimentata dai timidi tentativi di ripristinare la pace, calcisticamente potrebbe risultare vanamente riposta in un disarmante esercito di soldatini smarriti e sottratti alle squadre di club, sempre più attente alle pressanti dinamiche finanziarie e meno a quelle dei calciatori in erba. Alle orde consumistiche stipate negli enormi suv elettrici, rispettosi dell’ambiente ma bulimici di posti auto, si contrappongono i seguaci del less is more, che alla spasmodica ricerca del panettone più cool sostituiscono la caccia agli angoli suggestivi, dove ritrovare antichi gesti e rievocanti profumi. I centri storici delle realtà urbane più esposte alle emorragiche diaspore dei nuclei familiari residenti riscoprono il sapore antico della bottega, degli antichi mestieri, del venditore ambulante, del vociare in piazza, rianimando seppure per un solo mese antichi quartieri ormai preda della carente illuminazione e della sindrome da saracinesca abbassata. Temporary store e locali riallestiti dalle onlus, provano a infondere linfa vitale ai rinsecchiti tessuti di un glorioso passato, quando a dominare la scena erano i colpi di martello del ciabattino e i ferri incandescenti che prendevano forma nelle piccole fucine dei fabbri maniscalchi. Un tripudio di colori, antiche e sapienti movenze, odori acri rimossi e mai sopiti. Il tiepido braciere che diffonde il profumo delle bucce di agrumi, le fragranze dei prodotti da forno che invadono la via, il continuo saliscendi degli aghi delle macchine da cucire che impreziosiscono vivaci tessuti, l’ordinato scorrere del telaio che intreccia ricercate trame variopinte. Dagli sfrigolanti contenitori di olio bollente emergono dorate prelibatezze frutto di saggia manualità e corroborate ricette afferenti alla gastronomia locale, replicata nelle forme più arcaiche quanto moderne, rigorosamente annaffiate con i vividi vini rossi dei vitigni autoctoni. Ed è in quel rinnovato vociare di nutrite comitive di viaggiatori, bramosi di ritrovare l’origine dei luoghi, che per un attimo si stagliano, nell’aria pungente, i volti stanchi ma sorridenti di artigiani e commercianti di un tempo rimasto incastonato in una di quelle splendide sfere di vetro che non ci si stanca mai di agitare, per vedere ancora una volta la neve che ne ammanta il ricordo. |
PUBBLICATO 26/11/2025 | © Riproduzione Riservata

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