Lettera aperta dalla Calabria interna
Manuel Francesco Arena
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Nella Calabria interna il tempo non corre, cammina piano al ritmo di una vita a misura di uomo. Lontano dalle coste, specie nei meno conosciuti borghi, nelle piccole città e nei paesi arroccati sui monti dove d’inverno - seppur oggi con meno frequenza di ieri - ogni tanto si posa la candida regina dalle manine fredde a colorare tutto di bianco, ancora si respira l’aria di un’innocenza che questo mondo, sempre più esplosivo dal punto di vista geopolitico, sta ormai del tutto perdendo.
Niente tram, metropolitane, ferrovie, o strade dritte che squarciano le pianure. Solo curve a salire verso il cielo, lente come fumo che esce dal camino e tanta umanità. Nell’entroterra calabrese vive la poesia struggente che incontrando il genius loci, si posa lenta come molliche di pane sparse sui davanzali delle finestre per gli uccellini. E’ materia viva in ogni cosa a queste latitudini la poesia. Essa è nelle antiche querce cresciute come giganti in preghiera al limitare delle scarpate, nell’acqua fresca che sgorga dalla roccia, nei vicoli profumati di pane appena sfornato, nelle case vuote che un tempo hanno ospitato la vita di numerose famiglie tra gioie e lutti, nelle more che d’estate tinteggiano i rovi. E poi ancora nei vecchi che stanno nelle piazze al sole di mezzogiorno, nelle vie dove nessuno è straniero, nella colazione del mattino dove puoi gustare un buon caffè, un cornetto e qualche parola sempre amichevole dai vari baristi a soli due euro e cinquanta e persino nei riti del maiale che caratterizzano ancora le case nelle campagne in gennaio. Un caleidoscopio tra identità e sogno da scoprire per chi non lo conosce o da riscoprire per chi lo ha dimenticato. Sono pienamente convinto che non sempre quello che ci voglio rifilare come il nuovo che avanza sia il meglio. Il progresso tante volte diventa un regresso o se preferite, una fregatura dove per prima a perderci è l’umanità. Un giorno, neppure tanto lontano, eppure modestamente resto convinto che la gente tornerà a popolare i posti della nostalgia abbandonati solo ieri come fanno le rondini in autunno. Lo farà per necessità perché i grossi centri danno tanto, ma pure tolgono in superiore misura. Nel contempo che questa nuova primavera della Calabria interna inevitabilmente sbocci, i politici hanno almeno il dovere morale di svegliarsi. Non possono più restar sordi ai bisogni di intere aree. In primis, devono far sì che il diritto alle cure, anche di un singolo cittadino sia pienamente garantito. Finché si verificheranno tragedie inenarrabili come quella accaduta a Longobucco nei giorni scorsi, dove si muore perché manca un servizio d’emergenza costante atto a prestare almeno la prima essenziale cura alla persona e l’ospedale più vicino paradossalmente è in realtà troppo lontano da raggiungere, la politica tutta non potrà essere minimamente assolta in nessun modo. Il mio auspicio è che i suddetti luoghi, conosciuti solo in occasione delle campagne elettorali per bacino di voti dai candidati a ricoprire i più svariati incarichi nazionali e regionali, non siano abbandonati al loro destino e anzi siano salvaguardati. C’è in gioco la dignità di migliaia di cittadini che resistono come rose nel deserto affrontando le difficoltà di questi fragili borghi e paesi che, sparsi come tanti presepi per tutta la nostra meravigliosa regione, appaiono dimenticati dal potere. Questa gente lì non ha coltivato non solo sogni, ma anche affetto, risorse ed energie affinché la loro terra non cada nell’oblio del nulla che rischia senza le giuste tutele di appropriarsi del loro tutto, per parafrasare il Tommasi di Lampedusa nel Gattopardo. |
PUBBLICATO 24/01/2026 | © Riproduzione Riservata

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