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Ulteriore chiarimento in merito alle osservazioni del dott. Angelo Bianco

Foto © Acri In Rete
Francesco Luigi Gallo
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1. Sul termine “parcella”: una scelta lessicale da rivedere
Nel suo intervento, il dott. Bianco (con il quale non ho alcun tipo di risentimento, anzi apprezzo gli stimoli critici offerti e che ho inteso come preziosa occasione di riflessione pubblica) utilizza il termine parcella per riferirsi al contributo economico concessomi dal Comune di Acri alla pubblicazione della mia opera dedicata all’inclusione. Mi consentirà, il dottor Bianco, di dire che si tratta a mio modesto parere di una scelta lessicale impropria, che rischia di introdurre un’ambiguità non solo semantica, ma anche concettuale e simbolica e forse anche etica.
Una parcella è, per definizione, il compenso corrisposto per una prestazione professionale individuale, generalmente legata a un incarico diretto, a una consulenza o a un servizio reso a favore di un committente. Nulla di tutto ciò corrisponde al caso in questione. Il contributo comunale non remunera una prestazione, non retribuisce un servizio, non configura un rapporto professionale tra l’autore e l’ente. Esso rappresenta invece un supporto finanziario a un’opera culturale, deliberato con atto pubblico, richiesto tramite PEC nei canali istituzionali, e finalizzato a sostenere la diffusione di un contenuto ritenuto dall’amministrazione di interesse sociale (e per fortuna, aggiungo, che esistono amministrazioni così lungimiranti com’è quella guidata attualmente dal Sindaco Pino Capalbo).
Tra una parcella e un sostegno culturale corre dunque un divario sostanziale: nel primo caso si parla di un rapporto sinallagmatico tra prestatore del servizio e committente; nel secondo di una scelta istituzionale di promozione culturale, analoga a quelle che molti enti locali compiono quando sostengono libri, convegni, rassegne o iniziative educative. Utilizzare il termine parcella non è quindi una descrizione neutra, ma un modo per gettare un’ombra semantica su un atto che, nei fatti, ha natura completamente diversa e decisamente più nobile. Io, da studioso di filosofia, tengo molto alla correttezza dei termini, mi si perdonerà questa pedanteria ma era un suggerimento quantomeno opportuno.
2. Età, curriculum e una contraddizione strutturale: sostenere i giovani o rimproverarli di esserlo?
Un secondo nodo centrale dell’intervento del dott. Bianco riguarda l’affermazione secondo cui il mio curriculum, alla soglia dei 35 anni (per precisione, 34, essendo nato il 21 giugno 1991), non sarebbe tale da giustificare l’attenzione di un’amministrazione comunale nei confronti di una mia opera culturale. Qui emerge, mi si consenta anche questa precisazione, una contraddizione strutturale che potremmo definire, quasi ironicamente,  in questi termini: “si cercano apprendisti con esperienza”!!!!!!
Da un lato, il dibattito pubblico insiste sulla necessità di investire sui giovani, di valorizzarne le competenze, di accompagnarli nei primi passi della loro traiettoria professionale e culturale (che oggettivamente è il momento più fragile e quindi bisognoso di supporto). Dall’altro lato, quando un giovane studioso, insegnante o autore propone un lavoro considerato serio, frutto di molto studio, formazione e pratica, gli si rimprovera di non essere ancora “abbastanza riconosciuto”, “abbastanza autorevole”, “abbastanza affermato”. Ma il riconoscimento, per definizione, non precede il percorso: ne è il risultato!!!!!
Il paradosso è questo: si cercano giovani promettenti, ma con l’autorevolezza e il riconoscimento che solo il tempo può dare.  Questo è assurdo.
È proprio qui, inoltre, che il senso del supporto culturale trova la sua giustificazione più profonda. Se l’amministrazione avesse scelto di invitare o sostenere un “luminare” già consacrato dell’inclusione non vi sarebbe stato alcun bisogno di un supporto economico né promozione, né forse sguardo in prospettiva: l’autorevolezza consolidata si muove già da sé, sostenuta da reti, editori, fondi e riconoscimenti. Il supporto pubblico, invece, ha senso quando si accompagna un percorso in crescita, quando si riconosce valore a una proposta, quando si esercita una responsabilità culturale che guarda al futuro e non solo al già consacrato. È questa la cura dei giovani. Invece i giovani, come in questo caso, si demoliscono. Ahimè. Difatti leggendo gli articoli che mi vedono protagonista non ho provato rabbia, rancore o sentimenti simili. Solo tanta delusione e tristezza.
Alla luce di tutto ciò il sostegno non è un premio immeritato, ma un atto di fiducia istituzionale verso un lavoro che nasce da un impegno che aspira ad essere serio e coerente. Recriminare a un giovane per non essere ancora ciò che si diventa solo con il tempo equivale, in ultima analisi, a negare in radice la possibilità stessa di una politica culturale orientata alla crescita. Un po' come mettere il carro davanti ai buoi.
3. Curriculum, età e comparazioni improprie: il criterio del tempo e la logica della crescita
La comparazione istituita tra il mio curriculum e quello di studiosi pienamente affermati e “riconosciuti”, con alle spalle magari decenni di carriera, risulta metodologicamente scorretta perché ignora il fattore temporale e confonde stadi differenti di uno stesso percorso.
Si tratta di un errore di prospettiva che può essere chiarito anche attraverso un’analogia semplice, ma efficace: è come paragonare un giocatore all’inizio della carriera a uno a fine carriera sulla base del numero complessivo di gol, assist o presenze. Un simile confronto, pur fondato su dati reali, è concettualmente fuorviante, perché mette a confronto non due prestazioni, ma due tempi di accumulo profondamente diversi. Non mi intendo di calcio, ma sarebbe come dire: chi è migliore? Il giocatore X a 20 anni o Cristiano Ronaldo a 35? Forse il paragone giusto sarebbe: chi è meglio tra il giocatore X a 20 anni e Cristiano Ronaldo quando aveva 20 (specificando ruoli, che dovrebbero essere medesimi, e i criteri sui quali il confronto dovrebbe basarsi).
Il paragone corretto, se si vuole davvero valutare un percorso, non consiste nel confrontare i risultati assoluti di chi ha avuto anni in più per produrli, ma nel considerare la densità e la qualità del cammino in rapporto all’età anagrafica e alla fase di carriera. Solo a questa condizione il confronto diventa sensato; diversamente, esso si riduce a una constatazione ovvia: chi ha avuto più tempo, più occasioni, più rete ha prodotto di più.
Nel mio caso, a 34 anni, il percorso comprende una laurea triennale, una laurea magistrale, un dottorato di ricerca, la specializzazione in attività di sostegno didattico, l’abilitazione all’insegnamento della filosofia, cinque anni di insegnamento presso un istituto teologico, sei anni di insegnamento continuativo nella scuola secondaria di secondo grado e incarichi di docenza laboratoriale universitaria e molto più di due articoletti. Considerato in rapporto all’età, tale curriculum non può essere definito “scarno” se per scarno si intende povero di formazione, esperienza e impegno continuativo.
Vi è inoltre un ulteriore elemento di fondo, spesso trascurato: il senso stesso del supporto pubblico. Il sostegno, per definizione, è rivolto a chi è in una fase di crescita, non a chi possiede già un’autorevolezza tale da potersi sostenere autonomamente. Se l’amministrazione avesse inteso promuovere un nome già pienamente consacrato, difficilmente sarebbe stato necessario alcun supporto. In ambito culturale, come nello sport, il riconoscimento non precede il percorso, ma ne è l’esito.
4. Titoli, gerarchie e valore della ricerca: oltre la riduzione nominalistica
Un ulteriore aspetto che merita chiarimento riguarda la velata diminutio che attraversa alcune espressioni dell’intervento del dott. Bianco, laddove l’attenzione sembra concentrarsi sugli appellativi e sulla presunta gerarchia dei titoli professionali e accademici. L’insistenza nel qualificarmi come “dottore” non è, in sé, un errore formale; tuttavia, essa sembra sottendere l’idea che il valore di un contributo culturale o scientifico possa essere misurato prevalentemente a partire dall’etichetta che accompagna il nome di una persona.
Per chiarezza, desidero affermare che, se ciò può aiutare a sgombrare il campo da ogni equivoco, non ho alcun interesse a essere appellato né “dottore” né “professore”. Mi si può chiamare semplicemente Francesco. I titoli che ho conseguito sono il frutto di studio e sacrificio, e di questo vado serenamente fiero; ma non è nel titolo che ripongo il senso del mio lavoro, bensì nella ricerca, nella pratica educativa e nel tentativo – ancora in costruzione – di dire qualcosa che abbia valore umano e culturale.
Ridurre il giudizio su una persona o su un’opera alla collocazione formale che essa occupa in una presunta gerarchia accademica è, tuttavia, un errore di superficialità culturale. La storia del pensiero offre numerosi esempi che invitano alla prudenza su questo punto. Ludwig Wittgenstein fu, in una fase decisiva della sua vita, maestro elementare; Giovanni Reale, tra i maggiori storici della filosofia italiani, insegnò a lungo nei licei; lo stesso vale per Umberto Galimberti. Albert Einstein lavorò per anni in un ufficio brevetti. Sarebbe forse sostenibile l’idea che, in quelle fasi delle loro vite, il valore del loro pensiero fosse minore perché non accompagnato da titoli accademici “altisonanti”?
Questi riferimenti non sono evocati per stabilire paragoni indebiti – che sarebbero fuori luogo, essendo io meno che un’ombra rispetto a loro – ma per ricordare un principio elementare: il valore di una ricerca non coincide con l’etichetta istituzionale di chi la conduce, e tanto meno con la fase iniziale o intermedia del suo percorso. Nel mio caso, il valore è, per definizione, ancora presunto e in costruzione. Ma ciò che almeno posso rivendicare, senza arroganza ma anzi con estrema umiltà, è il desiderio autentico di costruirmi, attraverso studio, lavoro e confronto critico. Questo desiderio, in un giovane di 34 anni, dovrebbe essere oggetto di incoraggiamento e discussione nel merito, non di una demolizione personale che nulla aggiunge al dibattito pubblico.
Conclusione (si spera)
E desidero concludere esprimendo stima sincera per la città di Acri, per la sua storia civile e culturale, e per una comunità che ha dimostrato, anche attraverso questo confronto, di saper distinguere tra vere e presunte argomentazioni, tra sterile polemica e responsabilità pubblica.
La mia stima va altresì all’amministrazione comunale, che ha esercitato una scelta legittima e trasparente nel solco delle proprie competenze, mostrando attenzione verso temi sociali di primaria importanza e assumendosi l’onere — non sempre comodo — di sostenere cultura, scuola e inclusione come beni comuni. In una stagione in cui il dibattito pubblico rischia spesso di appiattirsi sulla semplificazione e sul sospetto, la capacità di mantenere fermezza istituzionale e apertura al confronto rappresenta un valore da riconoscere.
Infine, la mia fiducia è rivolta ai cittadini di Acri, che hanno avuto modo di leggere, ascoltare, confrontare e valutare con autonomia di giudizio. È a loro che questo chiarimento si rivolge, nella convinzione che una comunità matura sappia riconoscere quando un dibattito, pur acceso, abbia già prodotto il suo esito più importante: la comprensione dei fatti e il ripristino della verità sostanziale.
Con questo spirito, pacifico e rispettoso delle istituzioni e delle persone, considero concluso il mio intervento, auspicando che il confronto possa ora lasciare spazio a ciò che davvero conta: il lavoro culturale, educativo e civile che una comunità sceglie di costruire nel tempo.

PUBBLICATO 14/02/2026 | © Riproduzione Riservata



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