Alto e Fragile
Giuseppe Donato
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La domenica è il giorno delle gite, delle uscite fuori porta e delle riconciliazioni con la natura, quella più intatta, immacolata, scevra dai condizionamenti imposti dall’essere umano nel suo fastidioso peregrinare intorno al creato. Sarebbe troppo facile sprecare una giornata a inseguire fatui fuochi di paglia pregni di protagonismo spinto, esposizioni privilegiate dell’io, esaltazioni del nulla mischiato col niente, arroccamenti destinati a crollare sotto i colpi della rivoluzione liberatasi dal peso delle scomode vesti della rassegnazione.
Compatibilmente con gli impegni di ogni singolo elemento appartenente al nucleo familiare, si decide per una rimpatriata nella città di Sant’Angelo d’Acri, per mantenere intatto il reticolo di rapporti interpersonali che ancora ci lega alle terre percorse in lungo e largo da Giovan Battista Falcone, Vincenzo Padula, Vincenzo Julia, Lucantonio Falcone, Francesco Maria Greco, soltanto per fare qualche esempio di acresi illustri. Giunto nella ridente cittadina presilana, mi appresto a compiere un rito che sa di antico e ostinatamente controtendenza rispetto ai canoni social che impongono rapporti vacui e prettamente virtuali: una sana passeggiata nei vicoli del centro storico, dove ancora si riesce a immaginare la fervida attività commerciale che animava la quotidianità del cuore pulsante della realtà urbana che sin dal 1324 figurava come In castro Acri, successivamente appellata nel 1346 come Universitas Acrae, dal titolo di università/città demaniale che ne attestava l’indipendenza feudale perdurante anche nel periodo che accomuna la città stessa alle vicissitudini dei Principi Sanseverino, come soleva ricordarci il compianto Prof. Giuseppe Abbruzzo nelle sue puntuali precisazioni editoriali. E in mezzo a questo fiorire di collegamenti storici capita di incrociare altre persone speciali che della memoria ne serbano un concetto alto, quasi fragile direi, ostinatamente preservato e destinato agli interlocutori più meritori di condividerne l’essenza. Nei pressi dell’accozzaglia ferrosa che presidia una fontana orfana del liquido oro bianco, che funesta anche il sonno della locale popolazione, la sempre gradita chiacchierata con una delle memorie storiche del calcio acrese, mister Alfonso Reale, diventa subito dilagante e divagante, con puntuali riferimenti al cinema d’essai, quello più impegnato da consumare nelle salette private che organizzano dibattiti in coda alle proiezioni. Ne esce fuori un dialogo schietto, aperto, che supera la differenza d’età, annulla le distanze e preannuncia garbate e future conversazioni che attendono soltanto un’altra visita nella città che, ancora oggi, nel popolare toponimo “Caccia” gelosamente custodisce l’immenso patrimonio boschivo attribuibile alla riserva presumibilmente istituita dal principe Luigi Sanseverino, che partiva dal retro dell’edificio che oggi ospita anche Il Museo MACA (Museo Arte Contemporanea Acri), prezioso scrigno che custodisce nelle sue sale persino misteriosi affreschi che potrebbero richiamarsi a pratiche alchemiche di altri tempi. Dopo aver attraversato la vicina, rinnovata e tristemente spoglia piazza dedicata al Santo cappuccino, proclamato santo dall’indimenticabile Papa Francesco, all’anagrafe Jorge Mario Bergoglio, da sabato scorso ulteriormente accomunato al centro presilano per la prima intitolazione di una piazza a lui dedicata, a sorpresa, la visita domenicale si conclude proprio nelle sale del museo, amabilmente accompagnati dalla preziosa presenza dello storico braccio destro del maestro Silvio Vigliaturo, rispondente al nome di Massimo Garofalo che, presentandosi agli sparuti e occasionali visitatori della domenica pomeriggio, rinuncia subito a eventuali titoli di studio da anteporre o posporre al nome, come solo le persone intelligenti sanno fare, tuffandosi nell’incontaminato mondo dell’Arch. Giacinto Ferraro e spaziando nelle sale che accolgono i risultati delle svariate mostre che hanno accompagnato il naturale e a tratti burrascoso evolversi del museo, che si appresta a festeggiare il ventesimo compleanno. E con un tramonto che colora il cielo con le tonalità tipiche delle opere in vetro del maestro Vigliaturo, stringendo idealmente la valle del Crati in un tenero e lungo abbraccio per lenire le ferite infertele dall’ennesima piena del fiume, saluto Massimo davanti allo scorcio che pone in primo piano la torre civica di Padia e mestamente lungo la discesa continuo a domandarmi cosa si aspetta a brandizzare quella torre, ricavandone un delicato souvenir da presentare orgogliosamente agli indomiti visitatori che non risalgono la valle del Crati per una scontatissima dagana e ciciari, frettolosamente elevata a specialità de.co. (denominazione comunale) in un passato da cancellare in tutta fretta? |
PUBBLICATO 23/02/2026 | © Riproduzione Riservata

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